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I Ching: materia e coscienza fra Oriente e Occidente, intervista con Shantena Augusto Sabbadini

19 Gen , 2013  

I Ching: materia e coscienza fra Oriente e Occidente

I Ching: materia e coscienza fra Oriente e Occidente

Intervista con Shantena Augusto Sabbadini: dalla fisica teorica all’I Ching passando per Jung 

Shantena Augusto Sabbadini è fisico, filosofo e insegnante. Ha lavorato come fisico teorico all’Università di Milano e all’Università di California, dove ha contribuito alla prima identificazione di un buco nero.
Negli anni ’90 è stato collaboratore scientifico della Fondazione Eranos (Ascona, Svizzera), un centro di studi Oriente-Occidente fondato da C.G. Jung negli anni ’30.
Attualmente è direttore associato del Pari Center for New Learning, un centro di insegnamento e ricerca interdisciplinare situato nel borgo medievale di Pari, in Maremma.
È particolarmente interessato ai problemi legati a mente, materia, coscienza e alle tradizioni di saggezza orientali. Ha tradotto l’I Ching, il Tao Te Ching e sta attualmente portando a termine una traduzione del Chuang Tzu.
Conduce seminari su fisica e coscienza e sull’uso dell’I Ching come strumento di autoconoscenza.

Abbiamo ntervistato a Shantena Augusto Sabbadini durante il XXIII Convegno Nazionale della Federazione Italiana Shiatsu Insegnanti e Operatori “Terra – Paesaggi e percorsi attraverso lo Shiatsu” in cui ha presentato una relazione su “MADRE TERRA: materia e coscienza in Occidente e in Oriente”.


D: Quale percorso personale di ricerca porta uno scienziato occidentale allo studio del pensiero orientale?

Il mio percorso personale è un po’ una convergenza di queste due cose, nel senso che la parte che mi ha sempre interessato della scienza è la parte più filosofica che in qualche modo getta luce o stimola nuove domande a proposito delle eterne questioni: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? cos’è tutto questo? Quindi sono sempre stato attratto, come una falena dalla luce, da quegli aspetti della fisica più enigmatici che erano più illuminanti rispetto a queste domande. E lo stesso tipo di domande mi hanno portato alla ricerca del pensiero orientale

D: Ma come mai l’I Ching?

Questo è stato un fatto casuale. Ad un certo punto ho incontrato il Centro Eranos, che è stato fondato negli anni ’30 da Jung e da una signora olandese, Olga Fröbe Kapteyn. È un luogo notevole, che ha avuto una storia notevole, che si sta adesso riprendendo e rimettendosi in piedi, ma che è stato negli anni ’40, ’50 e ’60, un luogo grande, un luogo d’incontro di menti eccellenti europee e mondiali dell’epoca. Ed è un luogo che ha calore, che ha una dimensione anche conviviale, affettiva. Quindi che combina l’eccellenza intellettuale con degli aspetti più femminili, più caldi, più di cura della bellezza, di cura del contatto personale, un luogo dove i discorsi più interessanti non sono quelli che avvengono in aula, ma quelli che si fanno la sera dopo cena in cucina. Il direttore di questo centro, Rudolf Ritsema, è stato un grandissimo appassionato dell’I Ching e ha dedicato la sua vita principalmente allo studio dell’I Ching. Ad un certo punto è nato il progetto di fare una traduzione italiana del suo lavoro sull’I Ching e così ho iniziato a collaborare con lui. In questo modo la mia storia con l’I Ching è cominciata attraverso di lui.

D: Visto che l’I Ching è conosciuto più comunemente come un libro di divinazione, come ti rapporti tu con questo aspetto? Cosa ne pensi?

Io sono abbastanza diffidente rispetto all’idea di divinazione, nel senso che è molto facile creare profezie che si auto-avverano, Quindi preferisco guardare il Libro dei Mutamenti in un’ottica diversa.
I seminari che io tengo li chiamo “lo specchio del presente”, non “lo specchio del futuro”.
Cioè, mi piace usare l’I Ching come strumento di introspezione, come strumento di comprensione di aspetti che sfuggono alla razionalità cosciente nella situazione presente. E sono convinto che percepire e comprendere correttamente questi altri aspetti permetta di agire in maniera appropriata anche in direzione del futuro, ma non mi piace usarlo come strumento di divinazione.

D: Quindi è più l’apertura di una finestra verso l’interno che verso l’esterno?

Si, ricordo che alcuni anni fa, mentre stavo tenendo un seminario in Svezia, mi ha chiamato uno studente cinese che si trovava nella stessa città, dicendomi che aveva letto del seminario ed era molto interessato a vedermi per parlarne. Mi chiese “ma lei come usa l’I Ching?”, risposi “come uno strumento di introspezione” e subito sentii dall’altra parte l’interesse calare drasticamente: lui lo usava per prevedere il corso dei titoli di borsa…

D: Hai una citazione preferita dell’I Ching o del Tao Te Ching, che per te riveste un particolare significato?

Il primo capitolo del Tao Te Ching per me è la summa. Dell’I Ching, no, forse non ho una citazione preferita, nel senso che veramente ogni volta parla a una situazione specifica e a una domanda specifica. La stessa frase può voler dire cose completamente diverse, ma diventa evocativa nel dialogo con una domanda specifica.

D: Cosa può dire il Libro dei Mutamenti oggi all’uomo moderno?

Secondo me, quello che dice l’I Ching all’uomo moderno è un invito a nutrire, ritornare a, stare con una parte della sua mente e della comprensione della realtà che ha un po’ messo da parte.
Jung diceva che se sapessimo leggere il disegno di una manciata di fiammiferi gettata per terra sapremmo leggere la configurazione archetipica del momento in tutti i suoi aspetti.
Questa parte, che la mente primitiva aveva molto sviluppata, noi l’abbiamo perduta.

D: Detto da un fisico ha un peso importante. Quindi viene spontanea la successiva domanda: ma noi occidentali, con la nostra cultura e con la nostra forma mentis, possiamo comprendere veramente il Libro dei Mutamenti?

Io credo di si, nel senso che la parte più interessante del Libro dei Mutamenti ha a che vedere con una dimensione archetipica dell’inconscio, che è transculturale. La parte del l’I Ching che riflette di più una mente specificamente cinese è, per me, soggettivamente, la meno interessante. Anzi, secondo me, abbiamo bisogno di ricomprenderlo e riconsiderarlo nella nostra realtà, perchè il Libro stesso si è evoluto nel corso del tempo.

D: Chi è oggi il  “discepolo della saggezza”?

Abbiamo scelto di tradurre così il temine cinese junzi che sarebbe letteralmente “il figlio del capo”. Una traduzione più libera è “il nobile”, che viene reso anche come “il grande uomo”. Noi lo abbiamo reso, piuttosto liberamente, con “il discepolo della saggezza”. Di solito Rudolf e io non siamo stati invece molto liberi nella traduzione, però in questo caso abbiamo fatto questa scelta perchè, lavorando con l’I Ching, il più delle volte il riferimento non è a qualcuno che sta di fuori, un “grande uomo”, ma è in noi stessi. Nel momento in cui ci mettiamo ad usare il Libro alla ricerca di saggezza, siamo “discepoli della saggezza”.

D: E quindi, cosa consigliare a chi si avvicina per la prima volta all’I Ching, visto che non è certo un testo semplice?

Il consiglio che darei è di prestare molta fiducia alle sensazioni e alle intuizioni. I cinesi usavano l’espressione “rotolare le parole nel cuore”. È vero che il cuore, per i cinesi, comprende anche la mente, però si tratta di “rotolarle” non di analizzarle.

D: Ha un po’ il senso dell’attesa: leggere, ascoltare dentro di sé come risuona e saper aspettare che ci sia una risposta interiore.

Si. Si tratta di accogliere ciò che risuona, positivamente o negativamente. È utile porre l’attenzione su ciò che ti colpisce. Conviene lasciare da parte, per il momento, ciò che non ha nessuna risonanza né in positivo, né in negativo, per poi ritornarci eventualmente in un secondo momento. C’è per esempio una mia amica che lo leggeva delle volte addirittura saltando delle parole. A me veniva da dirle che saltando delle parole il senso della frase cambia. Però lei ne traeva un messaggio e un insegnamento in maniera perfetta.

D: mi rincuora perchè io ho l’abitudine di leggere i libri dalla fine verso l’inizio, un po’ alla giapponese, pur essendo occidentale.

Del resto l’ultimo esagramma dell’I Ching è “non ancora guadare”.

D: dato che ci sono molte edizioni del Libro dei Mutamenti, partendo dalla più famosa che è quella curata da Wilhelm, secondo te quali sono le migliori?

Io continuo ad amare la traduzione di Richard Wilhelm: I Ching, il Libro dei Mutamenti, che è la prima che io, e penso la maggior parte di noi, abbiamo incontrato ed ha dei grandi pregi. Ha anche i suoi limiti. Ha anche delle idiosincrasie wilhelmiane o cristiane e, secondo me, anche il lavoro che lui ha fatto con il suo maestro neo-confuciano, gliene ha dato una lettura in cui l’ortodossia sociale cinese era abbastanza forte. Nell’I Ching di Eranos la nostra intenzione era di dare qualche cosa che permettesse al lettore di avvicinarsi il più possibile al testo cinese. È da tanto tempo che uso principalmente queste due versioni. Apprezzo molto anche il lavoro di Javary [Cyrille Javary e Pierre Faure: Yi Jing, le Livre des Changements, ed.Albin Michel] e consiglierei la sua versione. Fra l’altro la loro rivista “Hexagramme” ha dei commenti interessanti. Rispetto al rigore filologico degli studi moderni alcune cose sono abbastanza fantasiose, però utili. Sulla correttezza della traduzione gli do credito, però a volte lui accoglie la leggenda cinese come se fosse un dato di fatto, mentre gli studiosi moderni a volte dubitano di alcune di queste storie, anche se in qualche modo fanno parte dell’aura del testo e quindi ne ampliano il campo immaginifico.

D: Che impressione ti sei fatto sul nostro convegno visto che noi trattiamo ciò che è cinese o giapponese, ma dal punto di vista concreto attraverso lo Shiatsu, mentre invece il Libro dei Mutamenti è un libro di saggezza

Intanto mi è piaciuto molto questa grande stanza congressuale piena di materassini per terra che creano un ambiente molto gradevole, famigliare e caldo. Di primo acchito mi sono chiesto “cosa ci faccio qua?”, però poi ho sentito una comunanza di domande di fondo.

D: una curiosità personale: il nome Shantena da dove deriva?

È indiano. Per diversi anni sono stato con Osho a Puna. Lui mi ha dato questo nome e me lo sono tenuto anche se i tempi di Osho sono lontani.

Articolo di Gianpiero Brusasco

Fonte | www.lastampa.it

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