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Bhutan: matrimonio reale nel paese del Drago tonante

14 Ott , 2011  

Il matrimonio reale in Bhutan

Il matrimonio tra il quinto re del Bhutan Jigme Khesar Namgyel Wangchuck e Jetsun Pema si è svolto ieri a Punakha, antica capitale del paese.
Per la precisione le nozze sono state celebrate all’interno dello dzong, una delle tante fortezze che accompagnano il montagnoso paesaggio bhutanese.

La lingua ufficiale del paese si chiama appunto dzongkha, la lingua della fortezza (nel paese si parlano moltissime lingue, tra cui anche il nepalese, specialmente nel sud, anche se negli anni ’90 circa centomila nepalesi sono stati costretti a rifugiarsi in Nepal).
Il Bhutan è diventato una monarchia nel 1907, con l’incoronazione del primo monarca, Sir Ugyen Wangchuck, capostipite della dinastia. I bhutanesi denominano il re Druk Gyalpo (‘brug rgyal-po), ovvero Re Drago.
Il piccolo paese sull’Himalaya si chiama infatti Druk Yul, il paese del drago tonante. Lo stesso drago che è sulla bandiera nazionale e che oggi tutti gli uffici pubblici hanno dovuto esporre. Un drago bianco, su fondo giallo (il potere politico) ed arancione (la religione buddhista, praticata dalla maggioranza dei bhutanesi). La parola Bhutan deriverebbe (ma è solo un’ipotesi) dal sanscrito, l’antica lingua dell’India, e significherebbe “fine del Tibet”.

La regina ha ventuno anni. Il re invece trentuno e regna dal 2006, dopo l’abdicazione del padre, il quarto re del Bhutan, che incoronò il figlio nel 2008, lo stesso anno dell’entrata in vigore della costituzione.
Per le nozze sono stati dichiarati tre giorni di festa nazionale. Da giovedì a sabato (che normalmente è giorno lavorativo in Bhutan). Ovunque nel paese si sono tenute manifestazioni per festeggiare l’evento.
A Kanglung (dove mi trovo), studenti di ogni età, dai bambini della scuola elementare fino ai ragazzi dell’università, si sono incontrati nel campo sportivo dello Sherubtse College, la principale istituzione educativa del paese, che dal 2003 fa parte della Royal University of Bhutan.
Erano state montate le grandi tende per le autorità e gli spettatori, che hanno assistito alle lunghe danze tradizionali. I danzatori erano rigorosamente nascosti dietro spaventose maschere che ritraggono le terribili figure che, secondo i buddhisti tibetani, si incontrerebbero nel passaggio da una vita all’altra.
Sono animali misteriosi, tremendi, che si muovono seguendo gesti antichi di secoli, accompagnandosi con tamburi e cimbali, mentre i monaci suonano i lunghi corni tibetani.
I cupi suoni di questi strumenti disegnano però, lentamente, un’atmosfera di festa, lasciando fantasticare su quello che doveva provare un uomo come Giuseppe Tucci (il più grande tibetologo occidentale) mentre esplorava il Tibet, nei primi decenni del secolo scorso, quando il quattordicesimo Dalai Lama era ancora un bambino che viveva nel Potala, l’immensa costruzione che sovrasta Lhasa. In queste danze si incontrano metafore di lunghi dibattiti filosofici, immagini studiate, tracce di antichi pensieri elaborati più a sud, nella calda India, ma anche negli eremi himalayani.
La danza va avanti per circa un’ora, mentre due strane figure saltellano accanto agli artisti. Si intrufolano tra il pubblico, chiedono offerte e porgono le sciarpe bianche.
Per i tibetani rappresentano gli illuminati, nella tradizione bhutanese (che cerca sempre di distinguersi in qualche modo rispetto ai cugini) diventano due burloni, che si incamminano allegri, con un bambino in braccio.

Articolo di Matteo Miele (Royal University of Bhutan)

Fonte | www.ilpost.it

 

Per maggiori informazioni sul Bhutan potete scaricare la mia monografiaLa medicina della terra del drago tonante
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