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Alchimia quantistica: ipotesi affascinante

3 Ago , 2011  

Erwin Schrödinger
Erwin Schrödinger

Anche se i paragoni arditi ormai non stupiscono più di tanto, agli esperti del ramo potrà sembrare davvero stravagante accostare la chimica quantistica all’alchimia.
La prima, come si sa, è un complesso e sofisticato campo di studi che rientra nell’ambito della chimica teorica e ricorre a soluzioni dell’equazione di Schrödinger per prevedere le proprietà delle molecole e risolvere problemi chimici.

La seconda, viceversa, si collega sbrigativamente all’antico sogno di individuare mezzi e procedure per convertire in oro i metalli più vili, coltivato da personaggi un po’ misteriosi dediti a pratiche esoteriche.
L’arte e la letteratura si sono sbizzarrite nella raffigurazione degli adepti.
La descrizione dello speziale, personaggio a metà strada fra l’alchimista e il cerusico, fatta da William Shakespeare in Romeo e Giulietta (atto I, scena V) non è molto diversa dall’idea corrente di alchimista.
Scriveva Shakespeare: “Mi viene in mente uno speziale, uno che abita da queste parti, l’ho notato da poco, tutto vestito di stracci, con la fronte aggrondata, che raccoglieva le sue erbe medicinali. Aveva l’aspetto scavato, la nera miseria l’aveva ridotto tutto ossa. Nel suo povero negozio c’erano appesi una tartaruga e un coccodrillo impagliato, più altre pelli di pesci deformi, e sugli scaffali una messe miserabile di scatole vuote, vasi di terra verdi, vesciche e semi ammuffiti, pezzi di spago, vecchi grumi di petali di rosa sparsi dappertutto a fare bella mostra.”
L’alchimia però è stata ben altro.
Il sapere pratico degli alchimisti, che disponevano di laboratori meno lugubri e ben più attrezzati di quello shakespeariano (a parte l’immancabile coccodrillo e tartaruga appesi al soffitto), comprendeva tecniche di distillazione, cristallizzazione, calcinazione, sublimazione e riduzione su carbone. Gli alchimisti sapevano preparare coloranti, tinture, vernici, essenze, vetri, sali inorganici, acidi minerali e medicamenti vari.
Conoscevano anche tecniche rudimentali di analisi e scoprirono, seppure per sbaglio, nuovi elementi chimici.
L’esempio migliore è quello del fosforo, ricavato dalla distillazione delle urine da un mercante di Amburgo di nome Henning Brandt, nel 1669.
Costui, detto l’ultimo degli alchimisti, cercava l’oro e al suo posto trovò ben altro.
Si è discusso e si discute tuttora se la chimica moderna, nata nella seconda metà del ‘700, si possa considerare figlia dell’alchimia.
La questione non è semplice ma, di certo, il sapere degli alchimisti è un patrimonio di conoscenze da cui la scienza di oggi ha tratto giovamento.
Ma si può considerare tramontato del tutto il modo di ragionare degli alchimisti?
Secondo alcuni no.
Nel libro “Chemistry from first principles”, pubblicato nel 2008 dal chimico sudafricano Jan Boeyens, l’autore denuncia l’applicazione impropria e talvolta scorretta delle idee quantistiche.
È un fenomeno negativo che fa correre alla chimica quantistica il rischio di diventare la nuova alchimia.
Le ragioni sono almeno tre.
Innanzitutto, la chimica quantistica ha sempre alimentato la credenza che tramite essa si possa risolvere la maggior parte dei principali problemi della chimica (forse tutti).
Ancora: poiché la teoria quantistica rappresenta una scoperta scientifica rivoluzionaria e decisiva, il cui valore si è affermato nel tempo, finora sono stati compiuti pochi sforzi per mettere in dubbio i suoi principi fondamentali.
Infine, va precisato che il mondo quantistico è così bizzarro e contro-intuitivo che tende ad esercitare un effetto quasi ipnotico e a ridurre in schiavitù coloro che lo frequentano. Si può così giungere ad essere dominati da una teoria quasi-alchemica, intoccabile, che allontana dalle realtà chimiche.
Ma l’accostamento della chimica quantistica all’alchimia è stato addirittura, con altri scopi, il tema di una mostra allestita l’anno scorso dalla Chemical Heritage Foundation.
La mostra dal titolo Marvels & Ciphers era a Filadelfia, presso l’Hach Gallery della CHF.
Raccoglieva quadri, fotografie, libri e cartoons ed era visitabile anche on-line.
Dopo aver messo in luce le ovvie differenze fra chimica quantistica e alchimia, si sottolineava il fatto che esse sono meno profonde di quanto appaiono agli addetti ai lavori. Un esempio sono i simboli, le formule, le metafore e le allegorie che in entrambe si trasformano in messaggio cifrato, inaccessibile ai non iniziati.
È un modo di comunicare obbligato che supplisce all’impossibilità di raccogliere ed elaborare informazioni con le parole correnti e i sensi.
Un altro esempio è il fine pratico del chimico quantistico che, come l’alchimista, vuole inventare un modo di pensare che dia ragione, in modo significativo, del mondo sorprendente delle particelle elementari.
A capire meglio il senso di tutto ciò ci aiuta il grande Niels Bohr che, nel 1920, scrisse a Werner Heisenberg: “Deve essere chiaro che quando si arriva agli atomi, il linguaggio si può utilizzare soltanto come nella poesia”.

Articolo |Marco Taddia (Chimica, Università di Bologna)

Fonte | www.scienzainrete.it

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