alimentazione naturale

Cibi afrodisiaci: la loro storia attraverso i millenni

24 Giu , 2011  

Concale - Una (s)boccata di mare
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Per gli Egizi era la lattuga, per i Greci i fagioli, per i Romani le ostriche: la ricerca del cibo in grado di accendere la passione cominciò molto lontano agli umili fagioli, lattuga, lenticchie, aglio, fi­no ai raffinati e costosi funghi e ostriche: i ci­bi afrodisiaci hanno attraversato i millenni senza che la loro fama sia stata minimamente scalfita, e nonostante non esista alcuna evidenza scientifica delle loro proprietà.
Perché si tratta di un piace­vole inganno, che ha effetti soprattutto psicologici, cosa che peraltro quando si ha a che fare con l’eros non è affatto da sottovalutare.

Fin dall’antichità ogni cultura ha cercato di indivi­duare gli alimenti che accendessero il desiderio o migliorassero la potenza sessuale e, a parte alcuni cibi che si ritrovano più o meno in ogni latitudine, ogni civiltà ha avuto le sue ricette.
Gli antichi Egi­zi giuravano sul potere afrodisiaco della lattuga, tan­to da considerarla sacra a Min, il dio della fertilità, le cui raffigurazioni non lasciano dubbi sulla parte del corpo alla quale sovrintendeva.
Ugualmente ero­tica, per la civiltà del Nilo, era la cipolla, tanto che il suo consumo era vietato ai sacerdoti che aveva­no fatto voto di celibato.
Un simile bando, per i Gre­ci, riguardava la menta, tanto che Aristotele, che fu precettore di Alessandro Magno, consigliò al gran­de condottiero di non far bere il tè di menta ai sol­dati durante le campagne militari.
Il fondatore della scienza medica, Ippocrate di Coo, invece, attribuiva alla menta un effetto opposto: “di­luisce il seme maschile, spegne il desiderio e affa­tica il corpo”.
Su un cibo però Ippocrate e Aristotele erano d’accordo: le lenticchie. Il primo sosteneva che questo legume mantenesse la virilità degli uo­mini fino all’età avanzata; il secondo ne attribuiva il potere afrodisiaco alla loro preparazione con lo zafferano.
E sempre in tema di legumi, lo storico greco del I-II secolo Plutarco giurava sulle virtù dei fagioli o meglio della/assolatila, la zuppa di questi legumi che ancora oggi è uno dei piatti nazionali greci.
Ma per il popolo che ha inventato la demo­crazia la lista dei cibi afrodisiaci era molto più lunga e comprendeva fra l’altro carciofi (ai quali era attribuita la facoltà di far nascere figli maschi), aglio, porri, l’immancabile cipolla e i funghi.
Civiltà poco marinara a dispetto della sua colloca­zione geografica, quella greca non aveva una par­ticolare predilezione per i prodotti della pesca, che invece mandavano in visibilio i Romani, anche par­ticolarmente attenti ai piaceri della carne (intesa non in senso alimentare).
Su tutti, frutti di mare e soprattutto ostriche, tanto da aver sviluppato tec­niche di allevamento rimaste pressoché inaltera­te fino ai nostri giorni.
Il luogo principe per que­sta attività era il lago di Lucrino, presso Pozzuoli, alimentato dal mare.
Lo stesso nome ne indica lo scopo: Lucrino viene infatti da lucrum (guadagno), tanto era fiorente l’allevamento delle ostriche, av­viato intorno al 90 a.C. dal patrizio e costruttore Ca­io Sergio Orata (il cognome sarebbe dovuto alla sua passione per il pesce).
I Romani ne erano gran­di intenditori e le mangiavano soprattutto alla bra­ce, visto che le facevano arrivare anche da luoghi lontanissimi: l’Anatolia, il Mar di Marmara, la Britannia e la Gallia.
Inoltre riuscivano a cogliere le sfumature di sapore a seconda della loro prove­nienza. Quanto al potere afrodisiaco delle ostriche, basta ricordare la Satira VI di Giovenale, che illu­stra un banchetto erotico in cui una donna “in pie­na notte affonda i denti in ostriche enormi, quan­do spumeggiano gli aromi infusi nel Falerno puro, quando la vertigine fa ondeggiare il soffitto e la mensa si anima di lucerne sdoppiate, (ella) non di­stingue più tra la sua testa e il suo inguine”.
L’abuso di frutti di mare, beninteso nelle mense dei ricchi, era tale da essere stato vietato più di una volta nelle varie leges sumptuariae, le leggi che mettevano un tetto all’uso di oggetti lussuosi e al­le manifestazioni di ricchezza pubbliche e priva­te, come banchetti e feste.
E in particolare, la Lex Aemilia sumptuaria, emanata nel 115 a.C. dal con­sole Marco Emilio Scauro: oltre a limitare le spese per feste e banchetti, questa legge vietava anche il consumo di cibi particolarmente costosi, fra cui i frutti di mare e le ostriche in particolare, ghiri im­bottiti e selvaggina proveniente da oltremare.
In realtà, oggi gli esperti riconoscono che, fra tut­ti i cibi presunti afrodisiaci, le ostriche sono l’uni­co che potrebbe avere qualche evidenza scientifi­ca per l’alto contenuto di zinco, minerale che agi­sce positivamente non tanto sul desiderio sessua­le quanto sulla fertilità maschile.
Sta di fatto che già agli inizi del Rinascimento al­cuni medici nutrivano dubbi sui cibi afrodisiaci.
A proposito dell’efficacia delle ostriche, il medico e umanista Giovanni Michele Savonarola ( 1385- 1468) diceva che per compiere l’atto sessuale ci vuole “uno spirito caldo” che viene dal cuore più che dai cibi che si mangiano.
Ma l’illusione dell’eros a tavola è rimasta inalterata fino ai giorni nostri.

Articolo | Margherita Giusti

Fonte | Storica National Geographic n. 26  – aprile2011

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