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Tescari: “Per diventare sciamani in occidente ci vuole meraviglia”

23 Giu , 2011  

Stati Uniti, sciamani d’America © foto di Howard G Charing
Creative Commons License photo credit: © Howard G. Charing


Chi più dello sciamano conosce le illimitate prerogative del corpo?
Grazie al dono della visione può curare la salute individuale, la vita collettiva e l’armonia del cosmo.

“Una consapevolezza di cui troviamo chiare tracce nei saperi indigeni. Anche nella nostra cultura, come ad esempio nell’Alice di Lewis Carroll e in quella di Tim Burton oggi, persiste il desiderio a risvegliare le potenzialità dell’essere umano”, racconta Giuliano Tescari, antropologo che ha trascorso lunghi periodi della sua vita fra i wirrárika (huichol) della Sierra Madre Occidentale del Messico, indagando i fondamenti della prospettiva sciamanica e le modalità di accesso a questa professione.
In vista della partecipazione al Festival Dialoghi sull’Uomo di Pistoia, Tescari ha approfondito con Affari Italiani il ruolo del corpo nella cultura sciamanica per capire come e se possiamo imparare qualche segreto per vivere meglio.
“Secondo la visione sciamanica, il corpo è considerato in un’ottica olistica. Infatti, se nella cultura occidentale quando diciamo corpo ci riferiamo a una parte molto fisica dell’essere umano, una parte biologica, nello sciamanismo, invece, il corpo è molto più di questo, è un universo vitale dotato anche di intelligenza propria e così viene trattato. Ma è vero anche che lo sciamanismo è un mondo vasto”.

Qual è l’elemento imprescindibile e comune alle varie forme di sciamanismo?
“L’affrontare il corpo come un’unità:  quello che noi chiamiamo anima non è elemento separato, anche se nel caso della malattia si può separare. Rispetto alla cultura occidentale c’è una totale indifferenza a quella dualità corpo-anima che è assestata nella nostra cultura”.

Cosa noi occidentali possiamo “rubare” dalla cultura sciamanica per avere una nuova concezione del corpo?
“Possiamo andare aldilà delle scomposizioni così comode, ma anche paralizzanti. Penso in particolare ad Alice Nel Paese delle Meraviglie di Carrol, una delle testimonianze sciamaniche più interessanti nella nostra cultura, dove si racconta un percorso aldilà  di una sensorialità ordinaria, banale, propria della quotidianità opprimente. Un invito ad aprirci a realtà che altrimenti neanche vediamo. Detto questo, penso che lo sciamanismo sia un fenomeno di certe culture, non credo molto nel prodotto commerciale che circola sotto la denominazione new age. E’ vero invece che in quanto esseri umani abbiamo certe potenzialità che non sono prerogativa di certi popoli: è una prerogativa umana quella di vedere molto di più di quello che abbiamo sotto gli occhi, valorizzare la propria vita aldilà delle contingenze”.

Consigli pratici?
“La questione non è diventare sciamani ma percepire possibilità disponibili per tutti. Qualunque esperienza interculturale autentica, diversa dal solito, anche breve e che mette a contatto con altri modi di vedere la realtà. Già questo serve ad andare oltre a una visone riduttiva dell’esistenza.. Molto va trovato dentro la nostra cultura, con strumenti coerenti con i nostri presupposti”.

Tutte forme che portano in primo piano il corpo?
“Il corpo è l’insieme dei nostri sensi: comunichiamo con il mondo prima di tutto attraverso i sensi poi  possiamo elaborare, coordinare, pensare. I sensi aprono e ascoltano il mondo e infatti, non a caso, si diventa sciamani attraverso esperienze profondamente corporee, ovvero pratiche che puntano all’espansione delle potenzialità corporee”.

Ci sono alcuni comportamenti da adottare per avvicinarsi alla cultura sciamanica?
“Quella sciamanica è una cultura frutto di qualcosa un po’ traumatico e che quindi non può essere facilmente collocato nella nostra vita ordinaria. Un grande trucco è la meraviglia, ben esemplificata nell’Alice di Carrol: una possibilità di vedere il mondo sotto altri occhi che altrimenti non ci sarebbe, perchè non abbiamo percettività di vedere aldilà di quello che per noi è normale e ordinario. Oggi nella società, più che meravigliarsi, ci si inorridisce. Viviamo in un quadro che ci incatena a un senso della realtà disperante…”

Articolo | Maria Teresa Melodia

Fonte | www.affaritaliani.libero.it

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