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Simone De Beauvoir: la donna e la creatività

25 Apr , 2011  

simone de beauvoir, donne e creatività

Nel corso della storia dell’umanità, risulta evidente che le realizzazioni femminili in tutti i campi: politico, artistico, filosofico, ecc., sono state numericamente e qualitativamente di molto inferiori a quelle degli uomini.
Perché?
Vi sarebbe, come pretendono gli antifemministi, un’inferiorità nella natura della donna che le impedirebbe di pervenire agli stessi adempimenti dell’uomo?
Oppure la condizione della donna, così come la produce la società, mettendola in uno stato d’inferiorità influisce sulle sue possibilità di realizzarsi?

Ben inteso, la mia opinione è quest’ultima, e vorrei spiegarne il motivo.
Vi è una scrittrice inglese molto celebre, che amo molto, e che molti di voi conosceranno, si tratta di Virginia Woolf.
Essa ha risposto su un determinato piano alla questione che io ho posto; si è chiesta sul piano letterario il motivo per cui le opere delle scrittrici inglesi siano così rare e in genere di qualità secondaria.
E in un piccolo libro molto bello che si intitola Una stanza tutta per sé, risponde in modo molto semplice, e penso molto vero.
La prima condizione per scrivere, consiste nell’avere una camera tutta per sé, un angolo in cui sia possibile ritirarsi per qualche ora, in cui si possa, senza essere distratte, riflettere, scrivere, rileggere ciò che si è fatto, criticarsi, essere sole con se stesse.
In altre parole, la camera è al contempo una realtà e un simbolo.
Per poter scrivere, per poter realizzare qualche cosa, occorre innanzitutto appartenersi.
Ora, tradizionalmente, la donna non si appartiene.
Essa appartiene a suo marito, ai suoi figli.
In qualunque momento, figli e marito possono chiederle una spiegazione, un aiuto, un servizio e lei è obbligata a soddisfarli.
Essa appartiene alla famiglia, al gruppo, non appartiene a se stessa.
In queste condizioni, scrivere è un’impresa se non impossibile, perlomeno estremamente difficile.
Virginia Woolf ha considerato l’esempio di William Shakespeare.
Ha supposto che al posto di Shakespeare, esattamente al suo posto, fosse nata una bambina estremamente dotata.
E dimostra che le sarebbe stato impossibile creare alcunché.
Sarebbe rimasta a casa, avrebbe cucinato, cucito, si sarebbe sposata, avrebbe avuto dei figli; impossibile immaginare che avrebbe fatto gli studi fatti da Shakespeare, che sarebbe divenuta un’attice o un autrice drammatica, non sarebbe stata Shakespeare: non sarebbe stata nulla.
Io stessa ho tentato ne Il secondo sesso un’analisi analoga a proposito di Van Gogh.
Ho cercato di mostrare come una ragazza nata al posto di Van Gogh non avrebbe avuto le possibilità che egli ebbe; la sua vita al Borinage, i contatti sociali che gli permisero di sviluppare il suo pensiero e la sua personalità, e tutto il seguito della sua esistenza.
Quindi, mi trovo dei tutto d’accordo con Virginia Woolf; abbiamo detto la stessa cosa: per quanto un essere sia dotato all’inizio, se i suoi doni non possono essere espressi a causa della sua condizione sociale, o per le circostanze che lo condizionano, questi doni resteranno sterili.
È ciò che esprimeva Stendhal – che era un grande femminista – in una formula molto dirompente; ha detto: “Ogni genio che nasce donna è perduto all’umanità”.
Tratto da | Le donne e la creatività di Simone De Bouvoir, edizioni Mimesis
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