filosofia e medicina tradizionale tibetana

Medicina tibetana: le tre porte di Chögyal Namkhai Norbu

2 Ott , 2010  

Scienziati e dottori della medicina allopatica occidentale insistono sull’efficacia immediata che farmaci e cure appropriate hanno su molte malattie insorte nel corpo e perfino nella psiche.
Ma da almeno vent’anni in Occidente aumentano costantemente (in Italia sono già più di dieci milioni) i pazienti delle cosiddette terapie alternative, alcune diffuse fin dall’antichità per agire anche ad altri livelli, oltre a quello fisico.

Il professor Chögyal Namkhai Norbu, medico, lama e storico tibetano di fama internazionale, ha recentemente spiegato durante una conferenza all’Università di Bologna, seguita da un ciclo di seminari in Toscana, che da epoche molto precedenti al buddhismo, almeno 5000 anni fa, in Tibet si identificano tre precise dimensioni dell’esistenza umana.
“Sono chiamate “le tre porte” – ci ha detto – il corpo fisico, l’energia e la mente”.
Chögyal Namkhai Norbu è considerato la “reincarnazione” di antichi lama e dotti himalayani, e la sua fama di esperto di una millenaria conoscenza chiamata Dzogchen, o “autoliberazione”, gli valse negli anni ’60 l’invito in Italia del più celebre orientalista del secolo scorso, Giuseppe Tucci, che lo volle all’IsMEO (oggi IsIAO) di Roma e poi nella cattedra della nascente facoltà di Tibetologia dell’Università Orientale di Napoli.
Cresciuto nei villaggi sperduti dell’Himalaya, Chögyal Namkhai Norbu ha appreso le terapie naturali di cura e le tecniche di meditazione alla scuola di maestri e medici di fama come Changchub Dorje, vissuto oltre 130 anni.
Ma nella biblioteca raccolta da Tucci durante i suoi viaggi in Tibet, il lama trovò la prova documentale dell’importanza di certe tecniche in uso fin dalle origini della civiltà Bön dello Shang Shung.
Diventato a sua volta un maestro e un “medico della mente”, con migliaia di studenti collegati oggi in diretta da tutto il mondo alle sue conferenze via webcast, ha dedicato allo Shang Shung un Centro di Studi internazionale inaugurato ad Arcidosso dal Dalai lama.
“Le specifiche funzioni degli antichi calendari astrologici o delle migliaia di pratiche rituali per la vita e per la morte – sostiene il professor Norbu – possono essere difficili da comprendere, ma si basano sul principio che la realtà non è solo quella percepita con i cinque sensi, ciò che vediamo con i nostri occhi e sentiamo con le nostre orecchie”.
“Se parliamo di corpo fisico, tutti capiscono a che cosa ci riferiamo. Ma quando si cerca di spiegare e comprendere che cos’è e come funziona l’energia, di come sia associata alla mente, non abbiamo parametri visibili o tangibili per descriverla”.
A che tipo di energia si riferisce?
“Non certo a quella muscolare, ma a un tipo di “forza” come quella che in sanscrito viene chiamata prana. Quando è sbilanciata e causa la malattia, si può controllare e coordinare solo attraverso l’azione congiunta delle “Tre Porte”: farmaci e movimento dello yoga al livello fisico, il respiro o il mantra che crea specifiche ripercussioni sonore nei punti cruciali dove scorre l’energia sottile, e la concentrazione mentale. Esistono poi le qualità specifiche di ognuno degli elementi che compone la nostra dimensione interna ed esterna fin dalla nascita: l’acqua, il fuoco, collegato ad esempio alla rabbia e all’umore della bile nella nostra medicina, la terra, lo spazio, associato alla mente”.
Sembrerebbe un’anamnesi piuttosto complessa.
“Un bravo medico tibetano è in grado di scoprire dai segni fisici o perfino dai sogni il tipo di elemento disturbato, e anche di stabilire se si tratta di una semplice malattia fisica, oppure legata a qualche “provocazione esterna”, o ancora se deriva da una predisposizione karmica. Mi spiego: ognuno viene al mondo con certe caratteristiche che in Occidente si definiscono genetiche. Ma nel buddhismo si parla di karma, o risultato delle azioni del corpo, della voce e della mente in innumerevoli vite. Ad esempio, se in gioventù avremo preso eccessivamente freddo, con l’età si manifesteranno dei reumatismi. Per curarne o mitigarne gli effetti possiamo prendere delle buone medicine, ma queste non elimineranno le cause prime della malattia, che tornerà a manifestarsi nella circostanza opportuna: l’eccessiva umidità, l’indebolimento fisico seguito a un trauma anche mentale. Di fatto il karma è come una pianta velenosa alla quale non sia stata estirpata la radice. Da qui la necessità di agire alla base dei fenomeni, tenendo conto che la nostra intera dimensione, o dzogchen, è rilassata e perfetta fin dall’origine”.

Articolo di Raimondo Bultrini
Fonte | La repubblica (28.9.2010)

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