filosofia e medicina indiana, ayurveda

India: i volti del sacro, mostra al Museo Nazionale d’Arte Orientale a Roma

13 Giu , 2010  

A Roma, al Museo nazionale d’Arte Orientale, una grande mostra racconta l’India, da Shiva al Jainismo la non-violenza che ha ispirato Gandhi.
Per la prima volta sfilano i capolavori della prestigiosa collezione d’arte indiana di Giacomo Mutti donata allo stato due anni.

Trentacinque anni di viaggi appassionati in India (a partire dal 1975), per scoprirla in quasi tutte le sue aree e per capirla nel suo profondo.
È così che l’architetto bresciano Giacomo Mutti ha costruito “sul campo” la sua inestimabile collezione d’arte indiana che vanta oltre cinquecento oggetti (506 per l’esattezza) datati dal XV al XX secolo, dove compaiono straordinari sculture in bronzo, raffinate miniature e dipinti su carta, manoscritti illustrati e libri.
Una sorta di “compendio” dell’arte metallurgica e pittorica dell’India, dove spicca – ed è questa la rara particolarità – una sezione tutta dedicata al Jainismo, il pensiero religioso della non-violenza che ha ispirato i principi del mahatma Gandhi, raccontata attraverso splendid fogli di manoscritti tratti dal “Kalpasutra” (l’ottavo capitolo del famoso testo sacro Dashashrutakanda), insieme a complesse scene cosmogoniche.
Un patrimonio che, per suo espresso desiderio, è stato donato nel 2008 al Museo nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ di Roma (anche perché, come dice lui stesso, nella sua città “non interessava molto”) e che per la prima volta in assoluto viene esposto in parte nella suggestiva mostra “India. I volti del sacro” visitabile fino al 10 ottobre.
“L’India, raccontata così a Roma, non si vedeva da decenni –  commenta Mariarosaria Barbera direttrice del museo da nove mesi – È la prima mostra dedicata all’India di così ampio respiro e qualità scientifica, grazie ad una collezione unica in Italia per la grande varietà dei periodi storici, dei settori di provenienza, delle scuole artistiche e dei temi iconografici”.
La mostra restituisce, dunque, tutta la complessità della cultura religiosa hindu, con le sue divinità, i suoi miti, intrecciando linguaggio aulico e tribale. “Per capire veramente l’India, mi ci sono voluti molti viaggi –  racconta Mutti  –  e costruire questa collezione è stato un lungo processo, più culturale che estetico, perché la cultura di carattere religioso invade e permea ogni espressione artistica e se non si conosce e capisce quella anche l’arte è poco comprensibile”.
E le opere selezionate per il percorso espositivo illustrano la complessità e ambivalenza, ma anche il mistero e il fascino infinito delle divinità del pantheon hindu, dalle principali, come Shiva, il grande Dio, l’amorevole Vishnu, la Devi madre e potenza della natura, i fenomeni dell’ascesi e del tanta, per poi indagare le divinità locali ad essi assimilati e i vari episodi narrati nei poemi epici.
Il tutto in un continuo doppio binario espositivo, tra la produzione colta e oggetti di origine “folk”, di quell’arte rurale o tribale prodotta nel villaggio, non altro che l’espressione più genuina della cultura tradizionale dell’India.
C’è insomma tutta la visione del trascendente nell’India, indagando anche i suoi aspetti meno conosciuti.
Si parte con la ricostruzione evocativa di un percorso templare, con un altare su cui spicca il “Linga”, emblema di Shiva per eccellenza, una stele in pietra arenaria dell’VIII secolo (dall’India centro-settentrionale).
“Il termine linga sta a significare ‘segnò e la sua forma a pilastro è simbolo fallico e segno dell’energia fondante dell’universo –  racconta Laura Giuliano curatrice della mostra  –  ma dal punto di vista cosmologico sta ad indicare l’asse del mondo”.
Ai lati, come cortei, sfilano statuette evocative delle varie iconografie di Shiva “il grande dio, signore degli asceti –  dice Giuliano  –  colui che incarna il potere della fecondità, dio benevolo e terribile, che danzando distrugge i mondi per ricrearli, figura complessa e ambivalente, la più affascinante e misteriosa del mondo indiano”. Ecco Shiva androgino meta donna e metà uomo, Shiva danzante che distrugge per poi ricreare, ma anche Devi, la Dea madre, la divinità femminile, “erede delle infinite dee madri di villaggio e degli spiriti femminili della natura –  dice Giuliano  –  che ha vari aspetti benevoli e terribili, da Kali la nera a Durga dalle molte braccia che uccide il demone bufalo”.
Quindi si entra nel mondo di Vishnu, preservatore dell’ordine cosmico e soccorritore del genere umano.
È collegato alla teoria degli avatara –  dice Giuliano  –  secondo cui ogni volta che l’ordine cosmico viene sopraffatto dalle forze del caos simboleggiate da figure demoniache, il dio discende sulla terra per ristabilire l’ordine”.
E si chiude col Jainismo, la religione della non violenza ripercorsa da straordinarie pagine di manoscritti illustrati del XVI secolo. La collezione, che costituirà dopo la mostra il nucleo portante della sezione d’arte indiana nell’allestimento permanente, diventa l’occasione per riscoprire anche questo museo creato nel lontano ’57, ma rimasto all’ombra di altre realtà romane nonostante un patrimonio di 25mila reperti orientali dal IV millennio a. C. ad oggi.
“Questo museo è la finestra sull’Oriente a Roma. Tutta la storia dell’Oriente, e dei nostri rapporti con l’Oriente è conservata qui – dice Barbera – Questo è il museo della via della seta, della via delle spezie, dell’impero cinese, dei regni indiani, della cultura islamica, dell’altra sponda del Mediterraneo, della Siria, dell’Afghanistan. È il museo che racconta i grandi interventi di scavi archeologici condotti da studiosi italiani. Qui abbiamo il grande palazzo di Ghazni, per esempio”.
Rappresenta l’altra archeologia rispetto a quella classica.
E in ballo ci sono vari progetti per rilanciarlo all’attenzione pubblica: “Innanzitutto stiamo ingrandendo la superficie museale di altre quattro grandi sale che si vanno ad aggiungere ai 1500metri quadrati già allestiti –  dice Barbera – Il 24 giugno sarà inaugurata la sezione della Corea, grazie ad una donazione della Korea Foundation di centomila dollari a fronte di un accordo internazionale. Per novembre pubblicheremo sette guide brevi specialistiche per ogni sezione museale. Stiamo, insomma, cominciando a rinnovare i settori con i pochi soldi che abbiamo. Per ripensare tutto l’allestimento di questo museo ci vorrebbero 2 milioni di euro. Per questo abbiamo messo a punto un progetto di allestimento che con 400-500mila euro ci consentirebbe in due anni di rinnovare tutto. Lo presenteremo al ministero”.
Ma il museo, come dice Barbera, è anche un esempio di paradosso istituzionale: “Se siamo poco noti a Roma, siamo conosciuti e apprezzati all’estero. Molti nostri funzionari sono attivi in Asia, guidando missioni di scavo e ricerca in Siria, Iran, Afghanistan, India, Tibet, Cina, Corea, Thailandia. Abbiamo anche un laboratorio di microbiologia dove vengono studiosi da tutte le università”.

India. I volti del sacro
dal 9 giugno al 10 ottobre 2010
Museo nazionale d’Arte Orientale Giuseppe Tucci
via Merulana 248, Roma

La mostra è curata da Laura Giuliano.
Orari: mar-ven. 9-14, sab-dom 9-19:30.
Ingresso: €5
Informazioni: 06-46974815

Fonte: www.repubblica.it

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