alchimia ed esoterismo

Alchimia: l’influsso del sapere orientale

29 Apr , 2010  

L’Alchimia, oltre ad essere un’antichissima disciplina che combina elementi di chimica, fisica, astrologia, arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo ed essoterismo è anche un cammino attraverso il pensiero filosofico che porta, in un’esperienza di crescita conoscitiva, ad una forma (priva di connotati religiosi) di “liberazione” e di “salvezza” dell’individuo.
In una visione estremizzata di quest’aspetto salvifico la scienza alchemica dall’inizio del XIX secolo fin verso l’inizio del XX secolo venne metafisicizzata e sacralizzata dall’influenza dei gruppi iniziatici che impregnandola di valori mistici, ne modificarono profondamente il senso in una direzione esoterica-occulta.

E se risponde a verità affermare che i processi e simboli alchemici posseggono sovente un significato interiore relativo allo sviluppo spirituale in connessione con quello prettamente materiale della trasformazione fisica, la lettura e il senso dell’Alchimia hanno una profondità multidimensionale in cui l’elemento “magico-ascetico” non dovrebbe prendere il sopravvento.
Facilmente ricordiamo che gli alchimisti avevano come obiettivo primario la trasmutazione dei metalli vili in quelli nobili (oro e argento) e che tentarono di ricreare la panacea universale, un rimedio (una polvere, un liquido o una pietra) in grado di curare tutte le malattie e prolungare indefinitamente la vita, ma andrebbe anche messo l’accento sul fatto che l’Alchimia è stata ed è ancora una sintesi tra sapere filosofico e conoscenza scientifica che nel corso di circa 5000 anni di storia essa ha subito una serie di significative rivoluzioni e adattamenti (un esempio sono le applicazioni come la Metallurgia e la Spagiria), non perdendo mai di vista, comunque, il principio di comunione tra uomo e universo.
Le origini della parola Alchimia non sono note e vengono ricondotte a ben tre diverse situazioni etimologiche: la prima farebbe derivare il termine dall’arabo  al-kimiya o al-khimiya (الكيمياء o الخيمياء), composto dall’articolo al- e la parola greca khumeia (χυμεία) che significa “fondere”, “colare insieme”, “saldare”; la seconda collega la parola con Al Kemi, che significa “l’arte egizia”, dato che gli antichi Egiziani chiamavano la loro terra Kemi, infine il vocabolo potrebbe anche derivare da kim-iya, termine cinese che significa “succo per fare l’oro”, infatti in Cina la parola Alchimia proponeva il concetto dell’immortalità fisica attraverso l’uso di sostanza esterne come droghe, erbe od agenti chimici.
Questa ricerca era denominata wai-tan (Alchimia esterna) e nacque attorno al IV secolo a.C. ovvero cinquecento anni prima che iniziassero gli studi sistematici in occidente, e sulla scia di queste scoperte, il nei-tan (Alchimia interna) cominciò la sua diffusione.
L’Alchimia è una scienza la cui formazione e il cui pensiero sono antichissime, probabilmente risalgono all’età del ferro.
Le tradizioni filosofiche abbracciano un arco di tempo stimabile in 5.000 anni e attraversano tutti i continenti, con forme e linguaggi a volte misteriosi e spesso simbolici.
Possiamo distinguere due grandi filosofie di pensiero che almeno in un primo momento storico sono state indipendenti fra loro: l’Alchimia orientale, riconducibile alla Cina e all’India, e l’Alchimia occidentale, il cui centro nei millenni è oscillato tra l’Egitto, l’antica Grecia, l’antica Roma, il mondo islamico ed alla fine l’Europa.

Alchimia cinese
Il “Paese di mezzo” è stato il centro di una tradizione alchemica risalente forse al IV-III secolo a.C., ma documentata con sicurezza per la prima volta nel Ts’an T’ung Ch’i, scritto intorno al 142 a.C. da Wei Po-Yang, sotto forma di commentario all’I-Ching, il Libro delle Mutazioni.
Egli affermava come i contenuti del Libro delle Mutazioni, delle dottrine taoiste e dei procedimenti alchemici fossero delle visione sistematiche diverse di un’unica materia ancestrale.
Il fondamento del processo alchemico era la dottrina dei cinque elementi (Acqua, Fuoco, Legno, Oro e Terra) e dei due contrari: yin, associato alla Luna e yang, associato al Sole, e dalla loro dinamica si originano tutti gli elementi.
Ogni elemento combinato con yang differirebbe da quello combinato con yin, nel senso che il primo è attivo e maschile, il secondo passivo e femminile.
Il testo, di non facile interpretazione, per le sue interferenze con dottrine cosmologiche e magiche, presenta una concezione evolutiva dei metalli e il loro trasferimento su piani non sperimentali, ora psichici, ora cosmici.
Nel IV secolo l’Alchimia ha un nuovo grande maestro in Ko Hung, detto Pao-p’u-tzu, che aggiunge alle tecniche indicate alcuni particolari metodi taoisti, di carattere pratico o meditativo, destinati alla conquista dell’immortalità.
La stretta connessione con la medicina tradizionale cinese consigliava infatti di praticare la meditazione taoista dell’orbita microcosmica perché la sua pratica costante permetteva una salute migliore ed un livello energetico più alto del normale.
Era possibile, tramite la pratica, dirigere il Chi all’interno del corpo, lungo la colonna vertebrale, fino alla corona e poi in basso nella parte anteriore, per chiudere il cerchio nel tan-tien inferiore (tre dita sotto l’ombelico).
È lo stesso concetto espresso dagli studi dello yoga e della kundalini, con la differenza che l’energia è continuamente riciclata all’interno del corpo, e non solo spinta verso l’alto, rappresentando comunque il confine tra il nostro corpo interiore ed il mondo esterno. Attraverso la pratica dell’orbita microcosmica, l’uomo diventa consapevole dell’unicità della sua esistenza, totalmente in relazione con l’esistenza del pianeta in cui vive, la Terra.

Alchimia indiana
La storia e le sperimentazioni dell’Alchimia ci sono tramandate da un alchimista che visse in Persi nell’XI secolo chiamato al-Biruni (973–1048), il quale scrisse che gli Indù avevano una scienza simile all’Alchimia, che era chiamata rasayana (che significa via del succo o dell’essenza), indicando con essa l’uso di una medicina che allontana la vecchiaia. Probabilmente in una fase pre-yogica e pre-tantrica l’immortalità e la felicità sarebbero state ricercate in una pozione di origine vegetale e non metallica.
Il padre dell’Alchimia indiana è considerato Nagarjuna (150-250), ritenuto l’autore di alcuni testi alchemici quali il trattato di magia Kaksaputa Tantra, quello sul Mercurio Rasendramangalam e il Susruta Samhita.
Il migliore esempio di un testo basato su questa scienza è il Vaishashik Darshana di Kanad (vissuto intorno al 600), che descrisse una teoria atomica circa un secolo prima di Democrito (460 a.C.-360 a.C.).

Marina Marini
Appassionata di Naturopatia, Naturopata, Esperta in Discipline Orientali (i-ching, astrologia cinese, feng-shui), Cristalloterapeuta, Floriterapeuta, specializzata in Iridologia, Erboristeria, Aromaterapia e Alimentazione naturale

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