pensieri al femminile

“Discorso sulla felicità” di Émilie du Châtelet

3 Apr , 2010  

Benché indirizzato principalmente alle donne, questo “discorso” di colei che per anni fu la compagna di Voltaire può rivelarsi utile per tutti, grazie alle indicazioni di carattere pratico fornite accanto a un’analisi teorica che si caratterizza per il taglio realistico e fondamentalmente ottimistico.
Si crede comunemente che sia difficile essere felici, e ci sono molte ragioni per crederlo, ma sarebbe più facile esserlo se gli uomini facessero precedere le loro azioni dalla riflessione e da una progettualità. Ci si lascia troppo coinvolgere dalle circostanze e ci si abbandona alla speranza di qualche cambiamento che non avverrà mai. […]
Per essere felici dobbiamo sconfiggere i pregiudizi, essere virtuosi, stare bene in salute, avere dei desideri e delle passioni ed essere sensibili alle illusioni, perché da esse traiamo la maggior parte dei nostri piaceri, e infelice è colui che le perde. Non dobbiamo allontanare con la ragione l’illusione, ma anzi inspessire quella vernice che essa posa sulla realtà. […]
Occorre iniziare col dirsi molto seriamente e, soprattutto, convincersi che il nostro unico scopo nella vita è quello di procurarci delle sensazioni e dei sentimenti piacevoli. I moralisti che raccomandano agli uomini di soffocare le passioni e di dominare i desideri per essere felici, non conoscono affatto il cammino della felicità. Si è felici soltanto quando i piaceri e le passioni sono soddisfatti; le passioni, però, non sempre procurano la felicità e, allora, dobbiamo contentarci dei piaceri. […]
Qualcuno mi potrà dire che le passioni rendono gli uomini più infelici che felici, ma io non ho la bilancia giusta per pesare in generale il bene e il male che esse procurano agli uomini. […]
[Indubbiamente] si conosce di più l’amore attraverso l’infelicità che procura che per la felicità, spesso misteriosa, che diffonde nella vita degli uomini. Nonostante l’infelicità che le passioni adducono, gli esseri umani desiderano sempre provarle, perché senza passioni non si possono soddisfare grandi piaceri e non varrebbe la pena di viverle se non si provassero dei sentimenti e delle sensazioni piacevoli. E più i sentimenti piacevoli sono forti, più si è felici. Dobbiamo augurarci di essere sempre sensibili alle passioni e, lo ripeto ancora, non esiste nessuno che non voglia provarle.
Ma, per avere delle passioni, per poterle soddisfare, si deve essere in buona salute: è questo il bene principale; ora, questo bene non è indipendente dal nostro io, come di solito si pensa. […]
Dobbiamo convincerci che se non si è in buona salute non si può essere veramente felici e, perciò, dobbiamo saperaffrontare dei sacrifici per conservarcela senza troppo addolorarci. […]
Un’altra fonte di felicità è il non aver pregiudizi, e il non averli dipende soltanto da noi. […] Chi ragiona secondo pregiudizi è come se esponesse un’opinione ricevuta senza aver prima vagliato se è giusta o no. L’errore non è mai un bene ed è sicuramente un gran male quando riguarda la nostra vita. Non dobbiamo tuttavia confondere i pregiudizi con le buone maniere. […] Le buone maniere variano secondo la condizione sociale, l’età e le circostanze. Chiunque però protenda verso la felicità non dovrà mai rinunciarvi; osservare le buone maniere è una virtù, e per essere felici si deve essere virtuosi: […] è indispensabile essere virtuosi perché non si può essere viziosi e felici. […]
Ho detto che non si può esser felici e viziosi e la certezza di questo assioma è in fondo al cuore di ogni uomo.

A differenza di altre concezioni, che si limitano ad individuare la felicità nell’assenza del dolore, Madame du Châtelet insiste sul carattere positivo della felicità. Scrive infatti:
Non varrebbe la pena di sopportare la vita, se l’assenza del dolore fosse il nostro unico scopo. Il nulla sarebbe sarebbe meglio, poiché sicuramente è lo stato in cui si soffre meno. Occorre dunque cercare di essere felici. […]
Io sostengo che per essere felici si devono avere delle illusioni e ciò non ha bisogno di alcuna prova. […]
Ecco le grandi macchine della felicità, se posso esprimermi così, alle quali, tuttavia, se ne devono aggiungere delle altre.
Si deve decidere bene ciò che si vuol essere e ciò che si vuol fare, ma questa chiarezza purtroppo manca a tantissimi uomini. Invece è la condizione primaria per essere felici. Senza chiarezza si naviga in un mare di incertezze e si finisce con il distruggere al mattino ciò che si è fatto la sera, cioè si passa la vita a fare errori, a ripararli e a pentirsene. [Ma] il pentimento è proprio un sentimento inutile ed è anche uno dei più sgradevoli. […] Non possiamo sempre guardare indietro; dobbiamo, invece, allontanare il ricordo dei nostri errori. […]

Tutto ciò non basta ancora per essere felici, poiché una ostacolo grave alla felicità è costituito dalle preoccupazioni e dai pensieri tristi.
So ben che, presi da una forte passione che ci rende infelici, non dipende assolutamente da noi eliminare dal nostro animo le idee che ci affliggono. Non sempre però si è in queste situazioni: non tutte le malattie sono dellefebbri maligne e le piccole disgrazie, le sensazioni spiacevoli, anche minime, si possono tranquillamente evitare. La morte, per esempio, è un’idea che ci addolora sempre sia che si pensi alla nostra che a quella delle persone che amiamo: perciò dobbiamo evitare tutto quello che ci può ricordare questo evento. […] Dobbiamo conservare sempre nel nostro cuore, quando pensiamo alla morte, questo verso di Grasset:
La douleur est un siècle, la mort un moment  (Il dolore dura un secolo, la morte un momento).

Distogliamo la nostra mente, dunque, da tutte le idee tristi: esse sono il momento iniziale della speculazione metafisica, e quest’ultima deve proprio essere evitata. […]

Inoltre, per Madame du Châtelet,
uno dei grandi segreti della felicità è moderare i desideri e amare ciò che già si possiede. […] Si è felici soltanto per i desideri appagati e perciò dobbiamo desiderare solo ciò che si può ottenere con poco sforzo e con poco impegno; e questo è un punto sul quale molto possiamo per la nostra felicità. Amare ciò che si ha, saperne gioire, godere dei privilegi del proprio stato, non invidiare coloro che ci sembrano più felici di noi, applicarsi per perfezionare noi stessi e per ricavare i maggiori vantaggi dai nostri comportamenti, è tutto quello che chiamo felicità. Credo di affermare una cosa giusta dicendo che l’uomo più feliceè colui che non vuole cambiare il proprio stato. […]
Più la felicità dipende da noi stessi e più è sicura; eppure la passione che può dare il piacere più grande e rendere le persone più felici, mette la nostra felicità interamente alla dipendenza degli altri: si capisce che parlo dell’amore.
Questa passione è forse la sola che possa farci desiderare di vivere e ci induce a ringraziare l’autore della natura, chiunque sia, per averci donato la vita. […]
Se questo piacere naturale, che è un sesto senso, più più fine, il più delicato, il più prezioso di tutti, per caso unisce due anime sensibili alla felicità e al piacere nello stesso modo, allora si è raggiunta la vera felicità e tutto il resto non conta. Soltanto la buona salute è necessaria, in questo caso, per poter gioire completamente di questa felicità. […] Eppure non so se l’amore ha mai unito due persone fatte a tal punto l’una per l’altra da non aver mai provato la sazietà del godimento, l’indifferenza della sicurezza, l’indolenza o la noia che nascono dalla facilità e dalla continuità di un sentimento che si basa totalmente sull’illusione (esiste, forse, un sentimento più illusorio dell’amore?). […]
Per conservare a lungo l’amore del proprio amante è indispensabile che la speranza e il timore siano sempre presenti. […]

Ma l’amore può pur sempre finire (come appunto è successo per la storia dell’autrice con Voltaire, narrata con commozione e fermezza), e in tal caso occorre farsene una ragione. A questo punto Madame du Châtelet può trarre le conclusioni del suo “discorso”.
Perché vietarsi la speranza di essere felici e nel modo più vivo? Se non ci si deve vietare questa speranza, non bisogna però ingannarsi nello scegliere i mezzi per ottenere la felicità. Anche l’esperienza ci deve insegnare a contare solo su noi stessi e ad utilizzare le passioni per la nostra felicità. Possiamo contare su noi stessi fino a un certo punto: non possiamo ottenere tutto, senza dubbio, ma possiamo fare molto; e dico pure, senza timore di sbagliarmi, che non ci sono passioni che non possono essere dominate quando si è veramente convinti che ci renderanno infelici. Ciò che da giovanissimi ci sconvolge è che si è incapaci di riflettere, non abbiamo molta esperienza e pensiamo di riuscire a riprendere il bene perduto correndogli appresso; invece l’esperienza e la conoscenza del cuore umano ci insegnano che più gli corriamo appresso e più ci sfugge. […]
Non c’è nulla da fare, se non dimenticare chi non ci ama. […] Niente ci umilia più degli atti che compiamo per riconquistare un cuore freddo o incostante: non solo ci umiliamo davanti a questa persona, ma anche davanti a coloro che potrebbero interessarsi a noi; ma quel che è peggio, tutto ciò ci rende infelici e ci tormenta inutilmente. […] Quando anche questo amore è stato il più forte, quando si è imposto alla ragione, come accade il più delle volte, non penso che si debba impuntarsi, perché ciò sarebbe ridicolo oltre che sconveniente. […]
In conclusione, è la ragione a fare la nostra felicità: durante l’infanzia, i nostri sensi sono preoccupati soltanto del proprio benessere; durante la giovinezza, il cuore e la mente cominciano a mescolarvisi, ma il cuore decide su tutto; nell’età matura, invece, la ragione deve essere della partita e sta a lei farci sentire che bisogna essere felici, anche se ci costa molto.
Ogni età ha la felicità che le è propria: quella della maturità è la più difficile da provare. […]
Cerchiamo di star bene in salute, di non avere pregiudizi, di provare delle passioni e di ricavarne felicità, di sostituire le passioni con le inclinazioni, di conservare le nostre illusioni, di essere virtuosi, e di non pentirci mai, di allontanare le idee tristi e di non permettere mai al nostro cuore di conservare una sola scintilla di piacere per qualcuno il cui piacere diminuisce e che ha smesso di amarci. Dovremo pur lasciarlo, un giorno, questo amore, anche se non saremo già vecchi, e questo giorno sia quello in cui esso cessa di renderci felici.

Fonte: www.giuseppecirigliano.it

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Una replica a ““Discorso sulla felicità” di Émilie du Châtelet”

  1. giusypilar scrive:

    I read a few topics. I respect your work and added blog to favorites.

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