alchimia ed esoterismo

“Alchimia spirituale: norme e paradossi” di Frithjof Schuon (parte prima)

31 Mar , 2010  

Il presupposto essenziale del pensiero metafisico è l’intellezione, o, diciamo, l’intuizione intellettuale.
Quest’ultima non è certo una questione di sentimento, si tratta bensì di intelligenza pura. Senza questa intuizione, la speculazione metafisica non è che un opaco dogmatismo, un impreciso raziocinio, è ovvio che un pensiero speculativo privo delle sue basi intuitive non sarebbe in grado di preparare il terreno alla Gnosi: la Conoscenza diretta, concreta e assoluta.

Bisogna precisare che le eventuali lacune della mente umana non sono dovute a cause fortuite, bensì al kali-yuga, l’epoca oscura che, oltre ad altre forme di decadenza, provoca l’indebolimento progressivo dell’intellezione pura e delle propensioni ascensionali dell’anima.
È da qui che origina il bisogno delle Rivelazioni religiose, ed è da qui che nasce anche il problematico fenomeno delle filosofie infondate e divergenti.
Ma l’uomo rimane sempre uomo, “a immagine e somiglianza di Dio”: niente può impedire, neanche in questi millenni di oscurità, il fiorire della saggezza propria alla Sophia Perennis, come le Upanishad, i Brahma-Sûtras e l’Advaita-Vedânta.
Il contenuto della Dottrina universale e primordiale, espresso in termini vedantici, è il seguente: “Brahma è Realtà; il mondo è apparenza; l’anima non è altro che Brahma”.
Queste sono le tre grandi tesi della metafisica integrale: una positiva, una negativa, una unificante. In riferimento alla seconda affermazione, è importante capire che la “apparenza” dà luogo a due interpretazioni complementari: in base alla prima di queste, il mondo è illusione, è il nulla; in base alla seconda, è Manifestazione Divina.
Vi sono compensazioni in ambedue gli ambiti, ma, a grandi linee, il primo di questi punti di vista è sostenuto da Shankara e Shivaismo, il secondo da Ramanuja e Vishnuismo.
La terza affermazione fondamentale sotto un certo aspetto segna il passaggio da “Verità” a “Sentiero”, o, diciamo, da Dottrina a Metodo: dal momento che l’anima non è “altro che Brahama”, la sua vocazione è quella di trascendere il mondo.
Altrimenti detto, dato che l’intelletto umano ha, per definizione, la capacità di concepire e realizzare l’Assoluto, questa possibilità è la sua Legge: la concentrazione attiva e unificante è generata dal discernimento speculativo. Alla teologia si congiunge l’orazione: “Prega senza posa”.
Ma vi è ancora un’altra dimensione da considerare, si tratta del clima morale, sotto certi aspetti “estetico”, della spiritualità alchemica.
Questo clima costituisce fondamentalmente ciò che viene chiamato la “qualifica iniziatica”.
La Verità e il Sentiero devono essere accompagnate dalla Virtù, ovvero le qualità umane di umiltà, carità, giustizia e dignità: conoscenza rigorosa di se stessi, comprensione benevola degli altri, percezione imparziale della natura delle cose, partecipazione interiore ed esteriore nel “Motore Immobile” – nell’immutabile Archetipo o nell’Essere Supremo.
Non vi è sâdhana senza dharma, non vi è alchimia spirituale senza nobiltà di carattere: “la bellezza è lo splendore del Vero”.
Il punto di partenza del Sentiero è la Dottrina, la cui origine è la Rivelazione.
L’uomo accetta la Rivelazione per mezzo dell’intuizione intellettiva, o per mezzo di quel certo senso di Verità, o Realtà, che chiamiamo fede. È poco probabile che un uomo nasca con la conoscenza della Dottrina integrale, ma in casi molto eccezionali è possibile che possegga dalla nascita la certezza dell’Essenziale.
L’intelligenza attraverso cui comprendiamo la Dottrina, è l’intelletto, o la ragione. La ragione è lo strumento dell’intelletto, è con la ragione che l’uomo comprende i fenomeni naturali fuori e dentro di sé, e, parallelamente ai mezzi di espressione offerti dal simbolismo con cui si traspone la conoscenza intuitiva nell’ordine del linguaggio, è con essa che può descrivere il soprannaturale.
La funzione della facoltà razionale può essere di causare un’intuizione spirituale attraverso un concetto; la ragione è allora la pietra focaia che accende la scintilla.
Il limite dell’Inesprimibile varia a seconda della struttura mentale: ciò che è al di là di ogni espressione per alcuni, può essere facilmente esprimibile per altri.
Si è fin troppo pronti a credere che un testo metafisico sia una creazione della ragione solo perché ha la forma di una dimostrazione logica, mentre la ragione in questo caso non è che il metodo di trasmissione.
Ci sono mistici che si disinteressano di un dato testo perché è logico, cioè perché credono che sia necessario trascendere questo piano, come se la logica fosse un segno di ignoranza o illusione quando si tratta piuttosto di un riflesso della Causalità universale nella nostra mente.
Secondo alcuni indirizzi di pensiero ostili all’espressione discorsiva, il desiderio di trascendere il piano della logica è associato al desiderio di trascendere la “scissione” tra il soggetto e l’oggetto.
Questa opposizione complementare non impedisce al conosciuto – qualunque sia la situazione del conoscitore – di essere del tipo più elevato.
Il soggetto e l’oggetto non sono avversari, essi si uniscono in una fusione che, a seconda del contenuto della percezione, può avere una virtù interiorizzante e liberatoria, i cui esempi principali sono il piacere estetico e l’unione d’amore.
Nell’ Atmân, la triade Sat, Chit, Ananda, “Essere, Coscienza, Beatitudine”, non sono un fattore di scissione.
Analogamente, sulla Terra, le dimensioni di spazio fisico non impediscono allo spazio di essere uno, così che non percepiamo in esso alcuna spaccatura.
Ciò che noi rimproveriamo a coloro che disdegnano il “raziocinio metafisico” e “l’opposizione soggetto-oggetto” non è tanto una certa posizione, bensì l’esagerazione che ne risulta o che di essa si nutre.
L’eccesso è nella natura umana, la devota esagerazione è inevitabile nel complesso, come lo è una mentalità faziosa.
Non ricordiamo chi abbia detto “tutto ciò che è eccessivo è insignificante”, questo è alquanto vero, ma non perdiamo di vista il fatto che sul piano religioso, l’iperbole vela un’intenzione infine misericordiosa.
È quindi una questione di upâya, di uno “stratagemma di salvezza”.
Senza dubbio, le voci di saggezza che esotericamente condannano o giustificano le “sacre assurdità” possono sembrare “eretiche” dal punto di vista di un’ortodossia letterale, ma “Dio conosce i Suoi”, l’Intelletto Divino non è limitato da una certa teologia o una certa morale.
Secondo la regola, ciò che è verità salva; secondo la Grazia, ciò che salva è verità.
Senza dubbio, i sostenitori di un intuizionismo simbolista e anti-intellettuale commettono un errore nel rimproverare l’intelligenza speculativa di non essere vera Conoscenza – cosa che non sostiene di essere – e nel concludere che sia un ostacolo al Sentiero. È evidente che la conoscenza teorica è uno stadio indispensabile del pellegrinaggio verso la Conoscenza totale.
L’uomo è un essere pensante, non può eludere il pensiero: “In principio era il Verbo”.
Vi è una prospettiva di Trascendenza e vi è una prospettiva di Immanenza.
L’una deve essere trovata nell’altra, come a modo suo è dimostrato dallo Yin-Yang taoista.
Vi è una Trascendenza soggettiva come vi è una Immanenza oggettiva: l’intelletto è trascendente in relazione all’individuo, come il Creatore è immanente in ciò che ha creato.
Ma anche qui – a dispetto di questi due Misteri – vi sono le divergenze di coloro che fanno di ogni complemento un’alternativa: alcuni credono che tutto debba cadere dal Cielo; altri credono che tutto può e deve venir fuori dai nostri stessi sforzi.
Ora, la mente umana, essendo teomorfica, possiede di norma un potere sovrannaturale, ma qualsiasi siano le prerogative della nostra natura, non possiamo fare nulla senza l’aiuto di Dio, poiché è Lui che causa la nostra partecipazione nella Conoscenza che Lui ha di Se Stesso.
Nel buddismo giapponese, si distingue tra il “proprio potere”, jiriki, e il “potere degli altri”, tariki.
Il primo si riferisce all’Immanenza e il secondo alla Trascendenza.
Il primo significa che tutto, nel Sentiero, dipende dalla nostra forza e dalle nostre iniziative, il secondo significa che tutto dipende dalla Grazia celeste.
In realtà, anche qualora predomini uno dei due punti di vista, essi devono essere amalgamati, poiché da una parte non possiamo salvare noi stessi facendo affidamento interamente sulla nostra forza, e dall’altra il Cielo non ci aiuterà se noi, che siamo stati creati intelligenti e liberi, non collaboriamo alla nostra stessa salvezza.

Articolo di: Frithjof Schuon
È il principale esponente della philosophia perennis e della metafisica tradizionale; autore di numerosi grandi lavori sulla dottrina tradizionale e le sue tematiche.

Fonte: www.esopedia.it |l’enciclopedia del Sapere Esoterico

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