filosofia e medicina tradizionale tibetana

Sognare sogni dolorosi, risvegliarsi con la coscienza di niente. L’essenza della filosofia buddhista (parte IV)

22 Feb , 2010  

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I fondamenti storici della dottrina buddhista
Il Buddha visse ed insegnò la dottrina (Dharma) tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a. C. Fu un insegnamento orale e come tale fu tramandato di generazione in generazione, finché intorno al I sec. a.C., iniziò ad esser messo per iscritto. Come spesso accade in questi casi – si pensi, ad esempio, alla figura e alla filosofia di Socrate – risulta assai arduo per lo storico riuscire a ricostruire con un buon margine di sicurezza, quali insegnamenti furono realmente pronunziati dallo stesso Buddha, con quale linguaggio e in che successione.

Pertanto, senza per questo mettere in discussione la storicità di Siddharta (nome) Sakyamuni (patronimico, ‘l’asceta dei Sakya’), detto Gotamo Buddha (il ‘risvegliato’), considereremo sotto il nome di Buddhismo tutti gli insegnamenti che mostrano di risalire all’insegnamento originale o sono ad esso collegati da continuità storica e tradizione culturale, sia nella fase orale che in quella scritta.
È impossibile ricostruire con certezza le successive tappe della più antica tradizione buddhista. Per alcuni secoli, dal V al I secolo a. C. il pensiero e la dottrina espressa dal Buddha storico furono tramandati oralmente all’interno della comunità dei discepoli. Di una vera e propria tradizione scritta si può parlare a partire dal I secolo a. C.. Ignoriamo le motivazioni e le circostanze che determinarono questo passaggio. Di certo non fu repentino, ma occupò lo spazio di parecchi secoli e vide al lavoro generazioni e generazioni di monaci amanuensi, un po’ come avvenne in Europa nelle abbazie benedettine dell’Alto Medioevo.
Le Scritture più antiche, comunque le si interpreti, costituiscono un imprescindibile punto di riferimento per chiunque voglia accostarsi allo studio del pensiero buddhista.
Fin dai primi tempi il Corpus delle Scritture fu diviso in Dharma e in Vinaya. Il Dharma si occupa della dottrina propriamente detta, mentre il Vinaya fissa alcune regole della disciplina monastica. In un secondo momento, a Dharma e Vinaya fu aggiunta una terza sezione, l’Abhidharma, nella quale sono esposte speculazioni e teorie più propriamente ‘filosofiche’, nel senso che noi occidentali diamo a questo termine.
Un’altra importante distinzione, di carattere documentario e letterario, è quella tra Sutra e Shastra.
Un Sutra (sanscrito, Sutta pali, discorso) è un testo che si ritiene rispecchi fedelmente una formulazione o un discorso dello stesso Buddha: si apre sempre con la formula “Così una volta io ho udito. Il Signore dimorava a…” Il soggetto della locuzione rituale, ossia il testimone che parla in prima persona, è il discepolo Ananda, il prediletto del Buddha, che dopo la scomparsa del maestro si dice abbia recitato, parola per parola, tutto quanto avesse appreso direttamente dalla sua bocca. In questo caso, tradizione orale e tradizione scritta si intrecciano in maniera indissolubile ed è impossibile determinare l’esatto valore documentale di questi testi, dal momento che, nella gran parte, furono composti ad alcuni secoli di distanza da autori del tutto sconosciuti. A complicare la questione, vi è la tendenza tipicamente indiana ed orientale, ad incentrare sempre e comunque l’attenzione sulla dottrina in sé e sul suo valore etico ed esistenziale, a prescindere da qualunque forma di storicizzazione. Una filosofia incentrata sull’illusorietà dell’ego psicologico e sulla transitorietà di tutti i fenomeni non poteva certo produrre una concezione della storia finalisticamente orientata, come fece il Cristianesimo, né tanto meno una storiografia consapevole di stampo tucidideo.
La questione dell’autenticità dei Sutra fu argomento di accesi dibattiti in seno alla stessa comunità buddhista, con prese di posizione contrapposte che determinarono la formazione di scuole diverse. Da una parte, un gruppo denominato Hinayana o Piccolo Veicolo ha sostenuto che le opere composte parecchio tempo dopo il 480 a. C. e non recitate al primo Concilio immediatamente dopo la morte del Buddha, non potessero esser fatte risalire direttamente al suo insegnamento, ma per lo più erano da considerarsi poesia e leggenda. L’altro gruppo, noto col nome di Mahayana o Grande Veicolo, ha riconosciuto come autentici anche i Sutra posteriori, nonostante il secolare ritardo col quale furono messi per iscritto.
Questo ritardo, che poneva dilemmi agli stessi antichi, fu giustificato in vari modi, sia in termini mitologici, che filosofici. Nel corso dei secoli, i buddhisti dovettero adattare la loro dottrina a popoli e mentalità diverse e vi riuscirono quasi sempre con una certa maestria, facendo leva sull’immaginario collettivo e sul folklore popolare, quando c’era da rivolgersi a persone semplici, oppure costruendo elaboratissime impalcature intellettuali e razionali, quando gli interlocutori appartenevano alle classi più colte.
Un esempio di spiegazione mitologica è la storia, ben nota, dei Prajnaparamita Sutra, ossia i Sutra della perfetta saggezza. Si racconta che questi testi fossero stati rivelati dallo stesso Buddha, ma data la loro difficoltà, furono sottratti ai discepoli di allora e conservati nel palazzo dei Serpenti o Dragoni chiamati Naga, giù negli Inferi. Quando l’umanità fu pronta per riceverli, il gran dottore Nagarjuna, uno dei pochi filosofi buddhisti di cui c’è stato tramandato il nome, scese agli Inferi e riportò i Sutra nel mondo degli uomini.
La giustificazione ‘filosofica’ dei Sutra posteriori passa attraverso la dottrina dei ‘tre corpi’ del Buddha, il ‘Corpo Dharma’, il ‘Corpo-Gioia’ e il ‘Corpo-Apparenza’. Gli antichi Sutra appartengono al ‘Corpo-Apparenza’, ossia al Buddha storico, incarnato, mentre i Prajnaparamita Sutra sono da attribuirsi al ‘Corpo-Gioia’, la sua manifestazione successiva ai Bodhisattva.
Un Shastra è un testo scritto da un autore di cui si conosce il nome, in genere filosofi e abati di una certa importanza, come Nagarjuna e Vasubandhu. Negli Shastra vi è un maggiore sforzo di sistematicità e i Sutra vengono spesso citati come auctoritates. Per fare un parallelo col Nuovo Testamento, potremmo raffrontare i Sutra ai Vangeli e gli Shastra agli scritti degli apostoli e dei padri della Chiesa.
La produzione letteraria dei buddhisti fu enorme. Pertanto, nonostante la mole degli scritti in nostro possesso, la conoscenza del Buddhismo più antico rimarrà sempre frammentaria ed incerta. A differenza della tradizione scritturale cristiana o musulmana, il Buddhismo non nacque né fu mai inteso come una ‘Rivelazione’ di Dio agli uomini basata su di un ‘Libro Sacro’, la Bibbia o il Corano. Per circa quattro secoli la comunità buddhista non sentì l’esigenza di fissare per iscritto quanto si veniva tramandando da maestro a discepolo, su fino a risalire al Buddha storico e al suo prediletto Ananda. Lungi dal disconoscere l’uso e il valore della scrittura (che in India aveva messo salde radici con parecchi secoli d’anticipo rispetto alla nascita della tradizione filosofica occidentale ‘scritturale’), il cuore della Legge o Dharma viveva negli uomini, era utile a persone in carne ed ossa per risolvere la questione della salvezza dal dolore qui ed ora, a prescindere da qualunque ‘messianismo’ o ‘millenarismo’. In un certo senso, si può parlare di un vero e proprio passaggio dall’oralità alla scrittura, soltanto osservando lo sviluppo del Buddhismo dall’ ‘esterno’, ovvero vestendo i panni dello storico. Dall’ ‘interno’ si può avanzare l’ipotesi che ad un certo momento, probabilmente per motivi di ordine ‘pratico’ legati all’enorme diffusione della dottrina nel continente asiatico, si avvertì l’esigenza di affiancare all’insegnamento orale e alla pratica di vita in comune, il solo vero ‘veicolo’ del Dharma, la scrittura e la lettura dei Sutra più famosi, come momento ‘accessorio’ ed ‘ecumenico’.
Ad ogni buon conto, il buddhista non ha un atteggiamento ‘sacrale’ nei confronti del testo scritto, atteggiamento che per noi occidentali rappresenta una sorta di valore assoluto. Tant’è che nelle varie scuole buddhiste, dall’India al Giappone all’Europa, a tutt’oggi il Dharma, l’insegnamento, continua ad essere tramandato direttamente dalla bocca del maestro all’orecchio dello studente, come avveniva secoli fa.
Tracce evidenti della preesistente tradizione orale affiorano dai più antichi testi in nostro possesso, così le molte ripetizioni, il gusto del verseggiare poetico e delle lunghe liste d’enumerazione, un po’ come avviene nei poemi omerici.
Ricostruire la datazione delle opere che sono giunte sino a noi è praticamente impossibile. Gli Indiani non hanno mai mostrato alcun interesse nei confronti delle date storiche, né della storia come viene intesa in Occidente. Pertanto, è inutile tentare di applicare le categorie della nostra scienza storica alla loro storia, pensando di ricavarne certezze. Persino la data della morte del Buddha è dubbia, per quanto gran parte degli studiosi siano propensi a porla nel 483 a. C.
Né maggiore attenzione fu posta dai buddhisti indiani per i nomi degli autori. Non importava loro sapere chi avesse detto o scritto qualcosa, quanto piuttosto se era vero, utile e non discordante rispetto alla tradizione. L’anonimato è perfettamente coerente con la dottrina dell’estinzione del sé. Il nome del singolo monaco non conta: egli è soltanto un anello della catena, un mezzo di trasmissione del Dharma. I pochi nomi giunti sino a noi, Ashvagosha, Nagarjuna e Vasubandhu, non si possono sempre accettare senza sottoporli al vaglio della critica. Ad essi sono attribuite opere risalenti, molto probabilmente, a periodi diversi. Molti autori anonimi si nascondono dietro un unico nome.
Le uniche ipotesi plausibili circa la cronologia delle opere buddhiste poggiano sull’esame dei testi, sia dal punto di vista stilistico che dottrinale. Un altro aiuto è fornito dalle traduzioni cinesi delle più antiche opere indiane. Il Buddhismo fu introdotto in Cina a partire dal I sec. d. C. e col tempo si venne a formare una tradizione locale, che per costume e mentalità era assai attenta alla datazione delle opere.
Ciò che rimane delle Scritture è raccolto in tre grandi collezioni:

    1. Il Tripitaka pali, dal nome della lingua in cui fu composto, un dialetto della zona meridionale della penisola indiana derivante dal sanscrito, rappresenta il Canone di una delle scuole Hinayana, quella dei Theravadin. È tripartito in: Vinaya Pitaka, scritti riguardanti la regola monastica; Sutta Pitaka, che raccoglie i detti fatti risalire allo stesso Buddha; e Abhidamma Pitaka, commentari filosofici.
    2. Il Tripitaka cinese, che a differenza del primo ha subito nel corso dei secoli alcune variazioni. Il più antico catalogo di cui si abbia notizia, quello del 518 d. C. menziona 2113 opere, delle quali 276 sono giunte sino a noi. Il Canone cinese fu stampato per la prima volta nel 972. L’ultima edizione in Giapponese elenca 2184 opere in 55 volumi di 1000 pagine cadauno. La suddivisione del Canone cinese rispecchia per grandi linee quella del Canone pali, ovvero: Vinaya, Sutra e Abhidharma.
    3. Il Kanjur e il Tanjur tibetani, appartenenti alla tradizione Mahayana del lamaismo tibetano. Il primo raccoglie il Vinaya, i Sutra (tra cui quelli dedicati alla Prajnaparamita, ‘Saggezza Perfetta’) e alcuni testi tantrici. Il secondo, meno omogeneo, contiene gli Shastra di varie tradizioni, tantrica e yoga, i commentari ai Sutra, e opere scientifiche di provenienza Hinayana, dedicate ad argomenti accessori, quali logica, grammatica, medicina, economia, arti e mestieri.

La figura del Buddha
Il Buddha può esser considerato da tre punti di vista: come un essere umano, come un principio spirituale oppure come qualcosa di intermedio.
Il Buddha storico, Guatama o Shakyamuni fiorì nell’India nord-orientale probabilmente tra il 560 e il 480 a. C. Le notizie sulla sua vita sono intrecciate in modo inestricabile con attribuzioni leggendarie e mitologiche.
La sua esistenza in quanto individuo storicamente determinato ha ben poca rilevanza per chi segue il Dharma. Di fatto, Buddha rappresenta un ‘tipo’ incarnato in questo individuo qui ed è la sua valenza ‘tipologica’ ad interessare la dottrina e la pratica religiosa. Anche in questo caso, prevale l’essenza ‘pragmatica’ della mentalità buddhista, per molti aspetti diametralmente opposta a quella cristiana e occidentale. Il Cristianesimo sarebbe destituito di qualsiasi valore se si negasse la presenza storica, reale dell’individuo Gesù Cristo, la sua morte in croce e la sua resurrezione. Lo stesso non si può dire del Dharma: la sua verità e ‘verificabilità’ poggia direttamente sull’efficacia della pratica, sulla cessazione della sofferenza attraverso l’estinzione del sé.
In questo senso, Buddha rappresenta l’archetipo dell’ ‘Illuminato’, ossia di colui che ha realizzato nel corso della vita terrena l’esperienza dell’Illuminazione e, con l’indicarne la via e il metodo, l’ha trasmessa in eredità a tutti gli uomini. Questo archetipo di per sé non è legato ad alcuna figura storica precisa, ma percorre le generazioni umane come un ideale che ritorna ciclicamente. Gli Indiani concepivano il tempo e la storia in termini ciclici, come gli antichi filosofi greci, da Eraclito, a Platone, agli Stoici. Un altro punto di contatto con l’antica Grecia, in particolare con le dottrine orfiche e il Pitagorismo, è la fede nella reincarnazione, anch’essa ‘ciclica’, dell’anima. Questo complesso apparato di credenze tende a mettere sullo sfondo la storicità del Buddha rispetto al suo valore archetipico.
Il raggiungimento dello stato di Buddhità, ossia la perfetta realizzazione spirituale, secondo la leggenda avrebbe richiesto poco più di tre immensi eoni (sanscrito kalpa) di continue reincarnazioni, ad indicare che il Buddha è vecchio quanto la terra. L’atteggiamento di prendere-a-testimone-la-terra, proprio di tante statue del Buddha, sta a simboleggiare proprio la lunga preparazione che ha preceduto il conseguimento dell’Illuminazione.
Il racconto di come Siddharta Sakyamuni divenne un Buddha, ossia ottenne l’Illuminazione, è denso di riferimenti leggendari e mitologici, che lasciano sullo sfondo, come questione irrisolta, la verità storica. Anche in questo caso, prevale il totale disinteresse espresso dai buddhisti più antichi rispetto alla storia.
Dopo aver praticato, senza successo, l’ascesi e la mortificazione del corpo, Siddharta accetta una ciotola di cibo che gli viene offerta da una donna, si rifocilla presso un torrente e prende dimora in un boschetto. Deciso a raggiungere ad ogni costo l’Illuminazione, si siede a gambe incrociate nella cosiddetta posizione del loto sotto un albero asvattha, simbolo dello ‘Spirito Universale’ e dell’ ‘Asse del Mondo’. Inizia così una lotta titanica tra l’asceta e Mara, il dio della terra che simboleggia il male, l’attaccamento, il desiderio. A più riprese Mara lo tenta offrendogli tutte le delizie del mondo, voluttà, ricchezza, potere, impero. Siddharta resiste, immobile, sereno, distaccato. Mara non si dà per vinto: è il Signore della Terra e pretende anche quel po’ di terra sulla quale l’ormai prossimo Buddha è assiso. Ma egli afferma di aver diritto a questo spazio, di esserselo guadagnato attraverso innumerevoli sacrifici, vita dopo vita. La stessa terra gli è testimone. Quando la stella del mattino appare in alto nel cielo la lotta è conclusa: Siddharta è divenuto il Buddha. Per tre giorni ancora rimane seduto in meditazione, godendo l’immensa gioia dell’Illuminazione. Alla fine, preso da compassione per tutte le creature viventi, decide di non entrare nel Nirvana se non dopo aver predicato il Dharma, per offrire a tutti la possibilità di salvarsi. Così il Buddha diventa un Bodhisattva, ossia chi per compassione rinunzia al Nirvana per annunziare al mondo la ‘buona novella’ buddhista. Finché rimarrà anche una minima particella di dolore, finché un solo gemito si leverà dal regno degli uomini, degli dei, dei demoni o degli animali, il Nirvana non sarà perfetto. Tutto è uno: dall’uno viene tutto. Nessuno può esser felice sapendo che una creatura, da qualche parte nel tempo e nello spazio, è vittima di Mara.
Per questo il Buddha, oltre a rappresentare un individuo storico, diventa di fatto un principio spirituale, il corpo-di-Dharma o il corpo-glorificato, a seconda che prevalga l’accezione mistico-religiosa o quella magica e folklorica.
La tradizione definisce Buddha il Tathagata il ‘così’ (sanscrito tatha) ‘venuto’ (agata) o ‘andato’ (gata). In altre parole, il Tathagata è colui che è venuto o andato ‘così’, come sono venuti e andati tutti gli altri Thatagata, dal principio del mondo sino ai nostri giorni. La salvezza è una storia senza storia e senza tempo. Il folklore popolare ha celebrato serie di sette, o ventiquattro, o mille Tathagata, di cui Sakyamuni è solo uno dei tanti, spesso confondendoli con divinità ed eroi locali, man mano che il Buddhismo si espandeva dall’India verso est. Da qui derivano le molte diverse raffigurazioni del Buddha nell’iconografia popolare. Tutte mirano a riprodurre il suo corpo glorificato, ognuna mettendo in risalto i segni tangibili di tale glorificazione, il colore aureo, l’altezza, il ‘terzo occhio della mente’ della tradizione tantrica, la fiamma a forma di aureola o di turbante nel Siam.

di: Francesco Dipalo

Fonte: http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/

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