filosofia e medicina tradizionale tibetana

Sognare sogni dolorosi, risvegliarsi con la coscienza di niente. L’essenza della filosofia buddhista (parte III)

21 Feb , 2010  

buddha_dipinto_sulla_roccia_in_tibet Il Pessimismo radicale Il pensiero buddhista è spesso inteso come Pessimismo radicale di fronte alle cose della vita, al mondo così com’è. La via da battere, per sfuggire all’angoscia che attanaglia l’uomo, ciascun uomo, indipendentemente dalla sua condizione sociale, razziale, dall’età, dal sesso o dalle possibilità economiche, mira alla rinunzia, all’abbandono di ciò che definiamo ‘il mondo’. Una concezione diametralmente opposta rispetto alla filosofia positiva corrente che, in poche parole, recita così: l’uomo è parte del mondo, il conseguimento della felicità è legato indissolubilmente a questa vita, ai piaceri e alle soddisfazioni che essa offre, a cui ognuno attinge a seconda delle sue predisposizioni, dei suoi interessi, delle sue possibilità. La vita non è certo facile, per nessuno. Ma una buona ‘qualità della vita’ dipende da noi, dalla nostra volontà e dalla forza che imponiamo alla natura ed agli eventi sociali, attraverso la scienza, la tecnologia, il diritto, l’economia. Non vi è niente al di là di questo, o comunque niente che possa essere conosciuto, esperito, manipolato, anelato. Questo è il messaggio ‘positivo, ufficiale’ che viene dalla nostra epoca, dalla società nella quale viviamo, un messaggio amplificato dai media, ripetuto a tambur battente, persino ai parenti poveri dell’umanità, a quelle masse di diseredati, appena sfiorati dai portenti della scienza e della tecnologia, incapaci di godere i sani, tranquilli frutti della convivenza democratica e del grande, scintillante, mercato. A quanti sono disposti a digiunare, a vestire di stracci pur di possedere un’antenna parabolica da puntare verso le frequenze del ricco Occidente. Anche questa, a ben guardare, è un’immagine confortante. Senza esser costretti a rinunziare ad un minimo di filantropia, le contrapposizioni stridenti, violentissime della nostra epoca, ci forniscono quella sicurezza, quel senso di potenza e di ‘positività’ senza il quale sarebbe difficile tirar innanzi. Eppure, è la stessa filosofia occidentale nel XIX e nel XX secolo ad esprimere una critica radicale, se vogliamo ‘pessimista’, alla cultura dominante del benessere e del piacere a tutti i costi. E non si tratta di voci isolate, di pensatori di poco conto: Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche, per citare solo i nomi più ‘pesanti’, nell’Ottocento, la Psicanalisi freudiana e l’Esistenzialismo nel Novecento, da Heidegger, a Jaspers, a Sartre: tutti pongono l’attenzione sul ‘mal di vivere’, su quell’ineliminabile nucleo d’angoscia che giace in fondo a ciascun uomo e non ha nessun legame causale apparente con quanto si va facendo nella vita di tutti i giorni, soddisfazioni, delusioni, esperienze affettive, lavorative o sociali in senso lato. L’angoscia è per definizione un malessere assoluto (latino ab-soluto participio passato da absolvo, slego, rendo indipendente, incondizionato), un’esperienza limite, per così dire, ‘metafisica’. Non ci si angoscia per questa o quella cosa, tutt’al più si prova paura, ansia, preoccupazione. La vera angoscia non ha oggetto, o meglio non ha un oggetto particolare: è l’esistere in sé e per sé ad essere messo in discussione, a generare sofferenza. D’improvviso, ci si trova dinanzi al nudo e crudo fatto di esistere e basta, provenienti da non si sa che cosa e destinati al nulla della morte, ci si sente precipitare, come in sogno, senza appigli verso cui tendere la mano. Per alcuni questa esperienza rimane sconosciuta: si ha sempre qualcosa da fare, si ‘passa il tempo’, si ‘ammazza il tempo’, ci si affida a pensieri, progetti, persone. In qualche maniera ciò che è condizionato, ci preserva dall’incondizionato, dall’assoluto. Altri si trovano a sperimentare l’angoscia in situazioni estreme, quali la morte di un parente o di un amico, un viaggio attraverso luoghi remoti, un periodo di solitudine forzata o l’incontro con una cultura completamente diversa dalla propria. Una volta fatta questa esperienza, essa ci accompagna durante tutta la vita, magari remota, assopita, obliata. Eppure è lì. La cultura occidentale, per quanto all’apparenza fornisca una visione ottimistica del mondo e della vita, in realtà è imbevuta di un pessimismo ancor più doloroso e radicale di quello buddhista. Alle religioni rivelate, il Cristianesimo prima di tutte, l’uomo occidentale si è affidato e si affida per ottenere quella felicità, quella sicurezza esistenziale capace di lenire l’angoscia, di rigettare indietro il pessimismo. Il tutto nella prospettiva di un ‘Al di là’ che trascende questa vita e la soddisfazione offerta a buon mercato dalle cosiddette ‘scienze positive’. Per questo, filosofia e religione, nonostante gli innumerevoli punti di contatto offerti dalla tradizione europea, formano a tutt’oggi un binomio di termini irriducibili l’uno all’altro, due campi distinti, l’uno dominato dalla ragione, divinità ‘laica’, l’altro dalla fede in un dio trascendente. Il Buddhismo parte da presupposti completamente diversi. L’angoscia è lì, sotto gli occhi di tutti. La causa del ‘mal di vivere’ va ricercata nella falsa credenza di un sé stabile, nell’attaccamento a questo o quel desiderio, passione, avversione, nella ‘voracità’ con la quale si cerca di divorare il ‘proprio’ tempo. È questo il problema che bisogna risolvere. La soluzione è difficile, ma esiste. Occorre volontà, spirito di abnegazione, retta conoscenza, retta condotta: spesso non basta un’intera vita. Ma è sempre l’esperienza a farla da padrone. La conoscenza intellettuale non ha mai salvato nessuno: la partita si gioca nella vita concreta, nei gesti quotidiani, anche i più insignificanti. La conoscenza deve farsi corpo, pelle, muscoli, ossa. Dunque, se le premesse da cui muove la dottrina buddhista sono pessimiste, le sue conclusioni, almeno sulla carta, sono positive, lasciano intravedere la possibilità di raggiungere una condizione esistenziale piacevolmente serena, felice, non più minata dal tarlo dell’angoscia. Una meta ‘immanente’, che è possibile raggiungere ‘qui ed ora’, in questa vita, senza l’intervento di un dio trascendente, da uomini in carne ed ossa, in cui fede e ragione coabitano senza contrasti. Per questo, le stesse categorie di religione e filosofia, elaborate dalla tradizione occidentale, non sono in grado di adattarsi ad una forma di spiritualità così diversa ed irriducibile ai nostri parametri concettuali. L’immortalità Il Buddha, dopo aver ricevuto l’illuminazione, proclamò di aver aperto le porte che conducono al non-morire, di aver sconfitto la morte. Cosa significa questo ‘non-morire’ nell’ottica buddhista? Per l’occidente platonico e cristiano l’idea dell’immortalità è direttamente connessa al principio di un’anima sostanziale, lo spirito, il nucleo essenziale della persona umana, che sopravvive alla morte del corpo sensibile. La sopravvivenza dell’anima impone un dualismo, più o meno radicale a seconda della dottrina religiosa o della filosofia che lo teorizza, tra anima e corpo, essere sostanziale ed essere accidentale, spirito e materia, essere e divenire. Questi concetti sono fondamentali per la nostra tradizione di pensiero. Si sono andati elaborando nel corso di venticinque secoli di storia della filosofia e hanno improntato assai profondamente il nostro modo di pensare, di parlare, di considerare la stessa realtà. Sotto un certo riguardo, si potrebbe affermare che, nelle questioni essenziali, la speculazione filosofica occidentale da Platone ed Aristotele sino ai nostri giorni non abbia fatto grandi progressi. L’idea dell’anima, di un ‘ego’ o di un ‘sé’ intorno al quale si organizzano i dati sensibili che costituiscono ciò che definiamo ‘questa-persona-qui’, mio padre, mia madre, il mio amico o l’uomo della strada, è la chiave di volta della logica, ossia del corretto modo di pensare e di dire. Nessuna lingua europea potrebbe farne a meno, pena il veder destituite le principali regole sintattiche che ne regolano il funzionamento. Come dire che tutto l’italiano o l’inglese o il francese che si studia a scuola dalla prima elementare fino all’università, non avrebbe più alcun senso! Il discorso sull’io-sostanza, dunque, va ben al di là della religione e della sopravvivenza dopo la morte. Se non ammettessimo l’esistenza di un qualcosa di permanente alla base dei cambiamenti fenomenici, non solo vanificheremmo la fede nell’immortalità dell’anima, ma metteremmo in seria crisi le stesse scienze positive. Come si può afferrare, definire, descrivere ‘qualcosa’ che muta in continuazione? Provate a togliere la parola ‘qualcosa’ dalla frase precedente: rimane soltanto un puro e semplice ‘mutamento’, indefinibile e, di conseguenza, inspiegabile. Per esempio, cosa ne sarebbe della psicologia, della psicanalisi, della psichiatria, se negassimo l’esistenza di un ‘ego’ sostanziale? Il discorso ci porterebbe lontano. Accontentiamoci di definire i due concetti fondamentali sui quali poggia l’idea dell’io-anima: essere e divenire, permanenza ed impermanenza. L’esperienza di tutti i giorni ci mostra chiaramente come nulla permanga immutato, né fuori né dentro di noi. Gli oggetti con i quali entriamo in contatto subiscono continui mutamenti, magari impercettibili, ma non di meno reali ed esperibili. Gli indumenti che indossiamo si sporcano e col passare del tempo scoloriscono e si logorano. La carta dei libri si impolvera, ingiallisce, diventa sempre più fragile. Anche il corpo si trasforma: nell’adolescenza cresce in altezza, sviluppa i caratteri della pubertà, barba e peli per gli uomini, seni e fianchi per le donne. Il timbro della voce si fa più grave o più squillante. E poi vengono le altre stagioni della vita, maturità, vecchiaia, declino. Si cambia in aspetto e in forma fisica, senza posa, fino alla morte. L’organismo, in quanto tale, cessa di vivere, ma la materia organica si trasforma incessantemente, in terra, acqua, aria, o più ‘scientificamente’ in diversi aggregati di molecole e di atomi. Nessun essere vivente può sfuggire a questo destino. Certo, ci vogliono degli anni. I cambiamenti spesso sono lenti. Ma solo all’apparenza. Il nostro corpo è nuovo ogni giorno. Si è calcolato che dopo circa settantadue ore tutte le cellule del nostro organismo sono morte e rinate almeno una volta. Il cibo è stato completamente metabolizzato: siamo diventati, in un certo senso, il pasto consumato tre giorni fa! Fatte queste considerazioni, che a prima vista potrebbero sembrare banali, patrimonio di chiunque osservi la realtà con un minimo di disincanto e di buon senso, chiediamoci: c’è qualcosa in noi e fuori di noi che realmente permanga immutato, di cui si può dire che è e che non divenga, ossia non si trasformi incessantemente, non passi da questo a quello stato? Essere in qualche modo significa proprio divenire, e in questo senso vivere significa morire. Certo, un conto è afferrare questi concetti con l’intelletto, ‘farli propri’ diremmo noi occidentali, digerirli. Diverso, completamente diverso è farne diretta esperienza. Chiunque può trascorrere un’intera esistenza chino sui libri, a meditare parole e metafore, concetti di uso pratico e quotidiano e principi metafisici. In fin dei conti si tratta soltanto di piani linguistici diversi. Non occorre essere un poeta per dire ‘ti amo’. Ma di fronte alla vita reale, alle delusioni, ai dubbi, a quell’angoscia con la quale prima o poi tutti dobbiamo misurarci, di fronte all’estasi di un amore sconvolgente o all’esperienza della morte, cosa sono le parole, i concetti, a che serve aver letto fiumi e fiumi d’inchiostro? C’è piccolo esperimento, che si può fare in qualsiasi momento, anche qui ed ora. Non occorre niente di particolare, nessuna nozione, nessuna fede. Lo può fare chiunque, uomo o donna, bianco o nero o giallo, giovane o vecchio, sano o malato. Chiudiamo gli occhi e proviamo ad osservare i nostri pensieri. Non dobbiamo attaccarci a questo o quel pensiero in particolare, tanto meno al pensiero di ciò che si sta facendo. Occorre stare lì e basta, seduti o in piedi. Non è facile, almeno all’inizio. Anzi non è mai facile, perché non si è abituati a stare fermi senza far niente, senza preoccuparsi di questo o di quel problema, senza ricordare ieri, magari con nostalgia, senza figurarsi quel che succederà domani, con speranza o timore. Se per un attimo saremo riusciti ad osservare i nostri pensieri, con lo stesso distacco con il quale si guarda un film non coinvolgente, noteremo come anch’essi sorgono dal nulla, passano veloci come meteore, illuminano lo sfondo della coscienza, sbiadiscono, ritornano al nulla. Il tutto a volte avviene ad una velocità inconcepibile: ora c’è, l’attimo successivo è scomparso. Così facendo abbiamo sperimentato l’impermanenza. Ritorniamo alla metafora cinematografica. Il film scorre via, fotogramma dopo fotogramma. Eppure qualcosa permane: deve esserci uno sfondo sul quale il film è proiettato, un video, un telone bianco, la parete di un muro. Insomma una coscienza, un io che pensa questi pensieri. Ora proviamo a definire, con parole nostre, che cos’è questa coscienza, questo io. Nessun concetto astratto, ma ciò che abbiamo realmente sperimentato. La risposta, l’unica possibile è… niente. Se riuscissimo per qualche minuto a sospendere, a congelare il film dei pensieri, cosa staremmo vedendo? Niente, né questo né il contrario di questo. Non c’è nessun io realmente esperibile. Ebbene, cosa potrebbe sopravvivere alla morte del corpo, il film dei nostri pensieri, quei fotogrammi sbiaditi che non durano più di un batter di ciglia? È questa la legge dell’impermanenza: nulla permane durante la vita, come potrebbe qualcosa permanere al termine della stessa? Il messaggio del Buddha, che piaccia o no, si fonda su questo genere di esperienza. L’ultima esortazione ai suoi discepoli fu: “Tutto ciò che è condizionato è impermanente. Cercate con diligenza la vostra salvezza.” La salvezza, dunque, non può consistere nella sopravvivenza di un’anima personale che ha rettamente vissuto e migra purgata dai condizionamenti della vita terrena verso cieli di beatitudine. Semplicemente non c’è niente che possa ‘migrare’. Il film, il sogno della vita, finisce. Il proiettore si spegne. A molti questo film non sarà piaciuto, alcuni avrebbero voluto durasse di più, altri non riescono proprio a distaccarsene, si sentono ingannati. In ogni caso, a nessuno sarà rimborsato il costo del biglietto. Eppure, qualcosa di ‘incondizionato’ rimane. C’era prima dell’inizio della proiezione, ci sarà dopo, indifferente al film, né contento, né deluso. Sta lì e basta. Mi riferisco allo sfondo, o alle quinte del teatro, o al video. È come il niente che sta dietro i nostri pensieri, qui ed ora, silenzioso, imperturbabile. Non lo si può capire, solo viverlo. L’immortalità per il Buddhismo non rappresenta una promessa di vita ultraterrena, una sorta di garanzia ottenuta per noi da un dio-uomo morto in croce, una conoscenza che va al di là dei sensi nel regno della ‘metafisica’. L’incondizionato, ossia ciò che non dipende da nessuna cosa particolare, che trova la sua ragion d’essere in sé stesso, è sempre qui, sullo sfondo di quel sogno che chiamiamo vita.

di: Francesco Dipalo

Fonte: http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/

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