filosofia e medicina tradizionale tibetana

Sognare sogni dolorosi, risvegliarsi con la coscienza di niente. L’essenza della filosofia buddhista (parte II)

20 Feb , 2010  

buddha_dipinto_sulla_roccia_in_tibet

Il Buddhismo come filosofia
Il problema centrale del pensiero buddhista è la sofferenza umana, la conoscenza della sua causa, l’individualità, e la cessazione della sofferenza attraverso l’eliminazione della causa. Dal momento che tale questione non è inserita in un contesto teologico, né fa riferimento alla rivelazione di una divinità da accettare per fede, da buoni occidentali ci aspetteremmo che venga affrontata piuttosto in termini ‘filosofici’, per mezzo di una teoresi laica e razionale. Le nostre aspettative saranno corrisposte soltanto in parte.
Facendo ricorso alle categorie filosofiche occidentali, la definizione più calzante per il Buddhismo potrebbe essere: pragmatismo dialettico con tendenze psicologiche. Vediamo di chiarirne il significato.
Il Buddhismo si presenta innanzitutto come un specie di ‘pragmatismo radicale’: le speculazioni intellettuali e la ricerca teoretica fine a sé stessa sono considerate uno spreco di tempo prezioso e in quanto tali possono essere d’intralcio al conseguimento del Nirvana. La bontà di un metodo filosofico ed epistemologico si misura esclusivamente dai suoi risvolti ‘pratici’. Vero è quanto mi fa stare meglio, ossia mi fa progredire lungo la via alla salvezza. Tant’è che nel pur ricchissimo vocabolario buddhista, non troviamo un termine che corrisponda al nostro di ‘filosofia’. Per un orientale la parola filosofia si traduce meglio in ‘consigli per agire’, ‘tecniche di comportamento’, ‘sperimentazione esistenziale’.
I testi buddhisti sono ricchi di metafore. La loro funzione consiste spesso nel mitigare l’astrattezza di alcuni concetti, incarnandoli, per così dire, in situazioni concrete, alla portata di tutti. Una metafora particolarmente illuminante per comprendere in che senso il Buddhismo sia pragmatico, è quella dell’uomo ferito da una freccia conficcata nella gamba. In preda a dolori lancinanti egli non perde tempo ad interrogarsi su chi l’abbia colpito, se sia giovane o vecchio, buono o cattivo, se l’abbia fatto intenzionalmente e perché; bensì con tutte le energie residue si sforza di estrarre subito la freccia. Si tratta di un problema concreto, urgente: la sofferenza non è procastinabile, è qui ed ora, occorre affrontarla. Di fronte a ciò, l’intelletto e la ragione sono soltanto degli strumenti utilizzabili a posteriori, mentre la realtà del dolore è un’evidenza originaria, come lo è la brevità della vita. In chiave ‘pragmatica’ è da intendersi anche l’ultima esortazione del Buddha morente ai suoi discepoli: “Tutto ciò che è condizionato è impermanente: Cercate con diligenza la vostra salvezza.”
Dal punto di vista occidentale, il pragmatismo si esprime così: la validità di un pensiero dev’essere giudicata da quello che si può fare con esso, dalla qualità di vita che ne risulta.
Dal punto di vista buddhista, lo si può sintetizzare con le parole del Conze: “Di quell’insegnamento di cui con sicurezza potete dire che conduce all’assenza di passioni e non alle passioni; al distacco e non alla prigionia; al venir meno dei successi mondani e non al loro crescere; alla frugalità e non alla cupidigia; all’appagamento e non all’inquietudine; alla solitudine e non alla compagnia; all’energia e non all’inerzia; al prender piacere nel bene anziché nel male, di quell’insegnamento con certezza potete anche affermare: Questa è la Norma. Questa è la disciplina. Questo è il Messaggio del Maestro. (Conze, Il Buddhismo. La sua essenza e il suo sviluppo, Verona, 1955).”
Il Dharma (sanscrito, pali Dhamma, la dottrina, la legge), l’insegnamento tramandato dal Buddha, non mira a convincere l’ascoltatore, non intesse discorsi astratti, bensì fornisce chiare indicazioni metodologiche, etiche ed esistenziali. Il dolore non ha bisogno di essere dimostrato, né occorre convincere qualcuno sull’opportunità di far fronte ad esso. La via alla salvezza non passa attraverso una conoscenza intellettuale o sapienziale. Per il buddhista è infinitamente più importante sperimentare l’impermanenza e la non-sostanzialità dell’io-individuale per mezzo di una corretta postura del corpo e di una giusta concentrazione, piuttosto che far ricorso alla ragione e alla parola. Chi sa tace. Il dire, il logos, ha una funzione esclusivamente terapeutica: può ‘servire’, ‘essere utile’, stimolare qualcuno affinché progredisca lungo il sentiero della salvezza, ‘guarisca’ almeno in parte dalla sofferenza.
Non a caso spesso il Buddha viene presentato come un medico che sa diagnosticare, conosce la causa della malattia, il rimedio ed il modo migliore per applicarlo. La metafora, ancora una volta, svela l’essenza pragmatica del Dharma: le conoscenze del medico sono realmente valide nella misura in cui possono essere applicate a questa o a quella malattia, a salvare questa o quella persona. È l’aspetto pratico, concreto a legittimare la speculazione teoretica, non viceversa.
Si è parlato di pragmatismo ‘dialettico’. Nel corso della storia del Buddhismo si arrivò alla consapevolezza che ogni affermazione in quanto tale è falsa. Falsa per il fatto stesso di essere stata espressa, falsa perché affermando qualcosa nega qualcos’altro, falsa perché ‘inutile’.
La ‘dialettica degli opposti’ nella filosofia occidentale è presente sia con esiti razionalisti (Eraclito, Zenone, Hegel) che tendenti al misticismo, attraverso il superamento delle categorie intellettuali (Meister Eckart, Cusano, Bruno). Nel Buddhismo (in particolare nella tradizione Mahayana, il Grande Veicolo) essa viene spinta, di proposito, fino alle sue estreme conseguenze: il paradosso, la contraddizione, il nonsense. La dialettica è in funzione del pragmatismo, ossia diventa lo strumento attraverso il quale ragione ed intelletto confutano sé stessi, si riducono al silenzio favorendo concentrazione ed imperturbabilità.
Gli esiti di questo metodo sono assai simili a quelli dello Scetticismo di Pirrone d’Elide. Le aporie della ragione dialettica, il fatto che di ogni cosa si può affermare che essa è e non è, o negare che essa sia o non sia, legittimano il ricorso all’epokhé, la sospensione di ogni giudizio. Tutte le cose sono ugualmente in-conoscibili, in-differenti, im-ponderabili e in-decise: l’unica affermazione possibile è una negazione non-sintetizzabile, ovvero una negazione assoluta. In termini logici e linguistici essa si può esprimere premettendo una particella negativa tanto all’affermazione quanto alla negazione di uno stesso predicato, per esempio: “questo cane è Buddha, questo cane non è Buddha”.
L’epokhé non esaurisce tutte le sue implicazioni in ambito gnoseologico. Come nel Buddhismo il suo esito finale è etico ed esistenziale. Dal momento che i fenomeni sono tutti egualmente inconoscibili, l’atteggiamento più saggio dinanzi ai fatti della vita, nascere, ammalarsi, morire, è un silenzio assoluto, la totale imperturbabilità (atarassia, aponia) e indifferenza. La non-azione è sola azione possibile. Pirrone non propugna dottrine positive, non confida nella ricerca intellettuale. L’unico modo per seguire la sua filosofia significa vivere come Pirrone. E per far ciò, occorre che ciascuno muoia a sé stesso, annichilisca la propria individualità. È un atteggiamento ‘filosofico’ assai simile a quello incarnato dal Buddha.
Gli esiti estremi della dialettica buddhista trovano espressione nei cosiddetti koan della scuola Zen Rinzai, enigmi paradossali che il maestro rivolge al discepolo affinché maturi da solo il Risveglio (giapponese Satori; sanscrito Nirvana; pali Nibbana): “Qual è il suono di una sola mano?”, “Cos’è Mu?”, “Qual era il tuo volto prima che tu nascessi?”, “Che differenza c’è tra Buddha e questo cane?”. Si tratta di una sorta di arte maieutica che tende ad escludere ogni risposta razionale, che induce il discepolo ad abbandonare le normali categorie di giudizio, ad andare oltre sé stesso.
Da ultimo cerchiamo di chiarire in che senso il ‘pragmatismo buddhista’ si applichi alla sfera psicologica. Ancor prima della comparsa del Buddha, gli Indiani avevano sondato a fondo le potenzialità della psiche umana, giungendo a risultati a tutt’oggi sconosciuti alla psicologia occidentale. Il controllo della mente è essenziale per il raggiungimento del Nirvana. La via da battere per curare il mal di esistere passa attraverso il controllo della mente e la consapevolezza dei fenomeni psichici. Il Dhammapada, uno dei testi fondamentali della più antica tradizione buddhista, si apre con questi versi:
“La mente precede tutti i suoi oggetti,
La mente è la sorgente e il dominatore: fatte di mente son esse;
Se parli o agisci con mente impura,
Allora la sofferenza ti seguirà,
Come la ruota lo zoccolo del bue.
La mente precede tutti i suoi oggetti,
La mente è la sorgente e il dominatore: fatte di mente son esse;
Se parli o agisci con mente pura,
Allora la felicità ti seguirà,
Come l’ombra che mai ti lascia.”
(Dhammapada, versi 1-2)
Riuscire a vivere con ‘mente pura’ è il fine ultimo dell’etica esistenzialista buddhista. La mente è come uno specchio: pensieri egotici ed individualistici rappresentano altrettante macchie ed incrostazioni che offuscano qualsiasi immagine essa rifletta. Una mente libera, sgombra da impurità, è la condizione fondamentale affinché l’uomo possa deporre, una volta per tutte, il fardello della sofferenza. La meditazione, la disciplina e il lavoro interiore, in termini metaforici, corrispondono alla ripulitura dello specchio.
In termini filosofici, si tratta del recupero della condizione originaria, che precede ogni giudizio fondato sulle categorie intellettuali, un’idea non estranea alle correnti mistiche occidentali, ma decisamente controcorrente rispetto al cammino intrapreso dalla filosofia così come siamo abituati a considerarla.
La mente rappresenta un ‘Sé’ che va ben oltre il piccolo, ristretto ‘sé individuale’, un ‘Niente’ tutt’avvolgente, uno sfondo dal quale e sul quale si producono i singoli pensieri e le azioni che da essi discendono, per poi riconfluirvi ed annullarvisi. È questa l’esperienza centrale della meditazione. Tutti i fenomeni, a cominciare da quelli psichici sono transitori. In un certo senso potremmo affermare che la mente è un principio simile all’apeiron di Anassimandro. Ma la vera differenza tra Occidente ed Oriente è il risalto che quest’ultimo dà alla pratica, alla sperimentazione diretta rispetto alla pura e semplice teoria.
L’esito della psicologia buddhista, in funzione epistemologica, è l’annullamento della distinzione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Per chiarire questo concetto, i maestri Zen giapponesi utilizzano una bellissima immagine poetica. La mente è come uno stagno che di notte riflette la luna. Se d’improvviso il vento soffia da nord l’immagine della luna si perde in un turbinio di onde increspate. Ma quando esso si placa, la luna torna ad immergersi nelle sue acque. E allora chi può dire cos’è la luna e cos’è lo stagno?

L’estinzione del Sé e la dottrina del Non-sé (sanscrito An-atman, pali An-atta)
Il sorgere e il protrarsi della sofferenza, del mal d’esistere, poggia sulla credenza illusoria nell’esistenza di un ‘Io’, ovvero di un ‘sé sostanziale’ che funga da sostrato alle nostre rappresentazioni.
Si tratta di uno dei principi essenziali del pensiero occidentale, teorizzato da Aristotele con il concetto di upochéimenon, ‘ciò che giace sotto’, il sostrato, la sostanza. Che lo si voglia riconoscere o meno, l’uomo della strada al pari del filosofo, da venticinque secoli ad oggi, costruisce i propri pensieri (la logica) e impronta la propria condotta etica sul riconoscimento implicito e aprioristico dell’esistenza concreta di un Io, che conosce e agisce, e di altrettanti esseri sostanziali, oggetto di conoscenza, di azioni e di reazioni.
Se si potesse prescindere dalla credenza nel , verrebbe a crollare non solo l’intero edificio teorico-conoscitivo su cui si fonda la scienza occidentale, ma vieppiù il presupposto esistenziale che fa da sfondo alla vita concreta, quotidiana di milioni di uomini. Senza i pronomi personali ‘io’, ‘tu’, ‘egli’, e i pronomi e aggettivi possessivi ‘mio’, ‘tuo’, ‘suo’, fondati sull’idea aristotelica della ‘appartenenza’ (hypàrchein), nessuna lingua europea potrebbe esser pensata e parlata in nessuna circostanza.
Nel gettare le basi del moderno pensiero scientifico, la stessa Critica kantiana dovette ammettere l’imprescindibilità delle idee razionali di Io, Mondo e Dio, intesi come fondamenti della dialettica tra Soggetto e Oggetto e sintesi suprema di Soggetto-Oggetto. Di essi non può esservi conoscenza concreta, fenomenica, tangibile e la stessa ragione non può dimostrarne l’esistenza o la non-esistenza, pena l’incorrere in aporie e paralogismi, generando contraddittori corni dialettici. Noumeni ebbe a definirli il filosofo prussiano, enti di pensiero, pensabili ma non conoscibili empiricamente. Eppure, in qualche modo, ineliminabili dallo sfondo teoretico della stessa conoscenza.
Il Buddhismo affonda le sue radici filosofiche in una tradizione di pensiero completamente opposta. L’Io, il sé o, se si preferisce, l’anima, non esiste come sostanza a parte, non è sostrato dei fenomeni, intesi da noi occidentali in termini conoscitivi, psicologici e spirituali. Ciò che chiamiamo ‘sé’ è insostanziale, frutto di immaginazione, di illusione. In altre parole, il ‘sé’ non è un fatto. Nulla che faccia parte del ‘sé’ empirico è degno d’esser considerato come il vero ‘Sé’.
L’idea di un ‘sé’ intorno al quale si organizzano pensieri, emozioni, esperienze e azioni per il buddhista è appunto pura e semplice idea, preconcetto, fantasticheria. L’attaccamento ad essa genera sofferenza, è la fonte primaria di ogni sofferenza. Per questo la via che porta all’eliminazione della sofferenza, intesa in senso lato – ‘il mal d’esistere’ per utilizzare una formula a noi più familiare -, ha come meta l’estinzione del sé, lo sradicamento dell’idea del sé.
Tutte le cose sono impermanenti. Passano le stagioni, le età sfioriscono, la vita compie il suo ciclo. Attaccarsi alle cose, trasformale in oggetti di desiderio, conoscenza intellettuale o possessi personali, significa voler andare contro corrente, voler fissare ciò che per sua natura è in continuo movimento, racchiudere in concetti particelle di vita vissuta, far bruciare del proprio ardore cenere di cenere. È questa dolorosa follia a condurre la vita dei più.

I can’t get no satisfaction – intonava la celebre canzone dei Rolling Stones. Ebbene, non può esservi vera soddisfazione, dal momento che lo stesso sé, ciò che si vorrebbe soddisfare non esiste realmente, è un sogno ad occhi aperti.
Si provi ad immaginare qualcosa di estremamente concreto, come un mal di denti, per esempio. Un dente è cariato e duole. Cos’è a rendere il dolore insopportabile, a generare angoscia, preoccupazione? Il segreto del dolore sta nel pensare “Mi fa male quel dente: che sarà mai, cosa mi accadrà?”. Nel formulare questo pensiero, più o meno inconsciamente si è posta una relazione di appartenenza tra me e il dente. Il dente duole e basta. Si è cariato. È nella sua natura il dover dolere. Si può correre ai ripari, far visita ad un dentista che elimini la carie. Ma l’angoscia provocata dall’attaccamento a quel mal di denti non è insita nel fenomeno stesso. Ci preoccuperemmo lo stesso se pensassimo che non è nostro il dente che fa male? Il dente è un fatto. Io non sono un fatto. Esisto in questo modo doloroso soltanto perché penso di esistere.
La dottrina di Anatta è profondissima e difficilissima da comprendere. A livello concettuale può essere accostata alla filosofia di Hume, ossia alla negazione dell’esistenza dell’ego come entità distinta dai processi mentali. Oppure, a Schopenhauer e ad Herbert Spencer.
La differenza essenziale sta nella concezione pragmatica ed esistenziale della filosofia buddhista rispetto a quella intellettuale ed astratta della filosofia occidentale. Nessun discorso, nessun teorema, nessun concetto afferrabile dall’intelletto realizza la vera essenza di Anatta. La semplice idea del non-sé non può liberare dalla sofferenza, dunque non serve a niente. Non serve che Hume teorizzi l’insostanzialità dell’ego conoscente, ma continui a vivere la propria quotidianità come se quest’ego esistesse realmente. È del tutto indifferente che voi capiate o meno (capire dal latino capio ‘afferrare’, ‘prendere’, ‘appropriarsi’, ancora una volta viene chiamato in causa quel sé che si è detto inesistente) il concetto (dal latino con-captum ‘ciò che è stato preso’, afferrato dalla mente, ossia dal sé conoscente) di Anatta. Forse potrà tornare utile in qualche interrogazione a scuola, o ci potrà far apparire dotti e raffinati durante una conversazione. Ma non ci preserverà dai colpi della vita, non ci aiuterà a viver meglio i problemi di tutti i giorni, ad accettare che la vita reca con sé inevitabilmente, sofferenza, malattia, vecchiaia, morte.
Per questo, occorre che Anatta diventi esperienza concreta, permei ogni gesto, parola, pensiero della vita reale.
“Coloro che si rivolgono al Buddhismo in cerca di idee del tutto nuove e mai udite sul problema del ‘sé’ vi troveranno ben poco. Coloro che si volgono ad esso per apprendere come vivere nella rinunzia al “sé’, potranno imparare parecchio. Il grande contributo della ‘filosofia’ buddhista consiste nei metodi elaborati per imprimere nelle nostre menti riluttanti la verità del non-sé, consiste nella disciplina che i buddhisti si imposero per trasformare tale verità in una parte del loro stesso essere.” (Conze, op. cit.)

di: Francesco Dipalo

Fonte: http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/

Related Posts with Thumbnails

yemaya su Facebook

, , ,


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 

SEO Powered By SEOPressor