filosofia e medicina tradizionale tibetana

Sognare sogni dolorosi, risvegliarsi con la coscienza di niente. L’essenza della filosofia buddhista (parte I)

19 Feb , 2010  

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Ripercorriamo, in breve, le idee fondamentali del Buddhismo.
Non miriamo ad un’esposizione completa ed esauriente. I lettori più esigenti avranno modo di placare la propria sete di conoscenza con l’attingere a ben altre fonti.

Non esitiamo a rimandarli alla bibliografia che alleghiamo a questa veloce scorribanda. L’intento che ci anima è piuttosto quello di pungolare la curiosità intellettuale di quanti non si sono mai accostati a questa sconfinata galassia del pensiero filosofico, ma sono disponibili al confronto con l’Altro da sé, provano gusto a mettersi in discussione, come professionisti della filosofia, insegnanti o ricercatori, ma soprattutto come uomini e donne.
“Non è mai troppo tardi per filosofare”: dalla carta o dallo schermo di un computer il monito di Epicuro ci fa ancora battere il cuore, non importa in che secolo viviamo, in che luogo, dove andremo a finire.

Alcuni concetti preliminari
Che cosa si intende per Buddhismo?
Una definizione coerente e comprensibile del termine, che tenga conto di tutte le sue implicazioni spirituali, filosofiche e storiche, può essere tentata riconducendo, con intento comparativo e chiarificatore, l’idea del Buddhismo all’interno di ambedue i generi ideali di ‘religione’ e ‘filosofia’, così come si sono andati determinando nel corso della storia della cultura occidentale.
Ogni riduzione semplicistica all’uno o all’altro genere risulterebbe incoerente perché, di fatto, dal nostro punto di vista il Buddhismo non è una religione in senso stretto, in quanto priva dell’idea di un ‘dio-persona’ e quindi di una sua teologia; né si può semplicemente ricondurre all’ambito razionale e dialettico che fa da sfondo alla più generale idea di filosofia, in quanto latore di un concreto messaggio salvifico che implica un atteggiamento spirituale ‘religioso’ piuttosto che ‘laico’.
D’altro canto, la comprensibilità della Weltanshauung buddhista da parte del lettore occidentale, che non abbia confidenza con il pensiero e la cultura del Lontano Oriente (India, Cina, Indocina e Giappone), risulta direttamente connessa alla possibilità di effettuare una comparazione attraverso la riduzione ai suddetti generi ideali.
Diversa, evidentemente, potrebbe essere una conoscenza del Buddhismo dall’interno, ma la via a tale conoscenza passa attraverso un radicale ripensamento della propria vita, una ‘conversione’ esistenziale piuttosto che intellettuale, che è possibile maturare soltanto con una disciplinata pratica meditativa.

Il Buddhismo come religione
In generale, da un punto di vista storico-fenomenologico, potremmo definire il Buddhismo una forma orientale della spiritualità umana. I suoi assunti fondamentali sono simili a quelli di molte altre dottrine religiose e insegnamenti ‘mistici’ sviluppatisi in ogni parte del mondo e in ogni epoca storica.
In estrema sintesi:
1. considerare l’esperienza dei sensi relativamente non importante, ovvero percepire e riconoscere la natura transitoria ed instabile di tutti i fenomeni sensoriali;
2. tentare di rinunziare a ciò verso cui si sente attaccamento, ovvero assumere un atteggiamento di sereno distacco nei confronti dei propri impulsi e desideri;
3. proporsi di trattare tutti gli uomini allo stesso modo, ossia coltivare una disinteressata equanimità nei confronti del prossimo, chiunque esso sia.
Si tratta di principi generali, che nel corso della storia, a seconda della cultura che li ha prodotti, hanno assunto forme e contenuti diversi. Ad essi si può tentare di ricondurre l’idea più generale di ‘religiosità’ o ‘spiritualità’, idea ‘aperta’ che appartiene al genere umano nella sua totalità, indipendentemente dalla specifica religione positiva (Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo, Induismo, ecc.) nella quale ha trovato e trova espressione.
In base a questa definizione, considerando la storia degli ultimi secoli, i popoli occidentali non sembrano essersi orientati verso una visione del mondo ‘spirituale’. Rispetto ad essa ‘positivismo’ e ‘scientismo’ rappresentano una sorta di contraltare difficilmente sintetizzabile da un punto di vista dialettico. ‘Oriente’ ed ‘Occidente’ nel corso degli ultimi decenni hanno finito col simboleggiare, seppur semplicisticamente, i corni contrapposti di questa dicotomia tra ‘spirituale’ e ‘materialistico’, ‘religiosità’ e ‘scienza positiva’.
La conoscenza del pensiero orientale, del Buddhismo in particolare, è avvenuta con una certa gradualità. Iniziata in maniera ‘culta’ nel corso dell’Ottocento, si pensi per esempio alla filosofia di Schopenhauer e ad alcune, poco note, pagine nietzschiane, si è andata sempre di più ‘volgarizzando’ e massificando a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta del XX secolo, la Beat-Generation, il Siddharta di Hermann Hesse, conseguenza dei più complessi fenomeni storici, tuttora in corso, di decolonizzazione e mondializzazione delle culture.
Il concetto di ‘spirituale’ come ‘tipo ideale’ che fa da sfondo alle religioni positive, la stessa Storia delle religioni intesa come scienza autonoma ed auto-fondante, il pensiero di un ‘ecumenismo mondiale’ sono risultati del XX secolo, un immenso lavoro di confronto, di sintesi e di auto-consapevolezza attraverso l’Altro-da-sé.
Chi, al giorno d’oggi, si ostinasse a considerare il Buddhismo come il prodotto di una civiltà irriducibilmente ‘altra’ rispetto agli usi, costumi e atteggiamenti mentali delle civiltà europee, una Weltanshauung inadatta all’Occidente tradizionalmente cristiano, oltre a vestire i panni desueti e un po’ colpevoli del vecchio ‘Eurocentrismo’ positivistico, si negherebbe la possibilità di esaminare in maniera critica ed obiettiva le stesse origini della nostra cultura religiosa e filosofica, così profondamente connesse con l’immenso, ricchissimo crogiolo asiatico.
La cosiddetta cultura europea, in fatto di spiritualità in senso lato, deve quasi tutto all’Asia. Il Vicino Oriente antico è la culla delle grandi religioni monoteiste fondate sulla parola scritta del Libro, l’Ebraismo del Talmud, il Cristianesimo del Nuovo Testamento e l’Islamismo del Corano. Le principali correnti religiose ‘mistiche’, dal fiorire della civiltà e della filosofia greca sino all’impero romano e al medioevo cristiano, sono di provenienza orientale, si pensi all’Orfismo, ai Misteri e alla Misteriosofia, all’Ermetismo, allo Gnosticismo, sino alle principali eresie medievali, Monofisismo, Manicheismo, Catarismo, per citare solo le più note.
Quando le falangi macedoni con il loro seguito di filosofi, storiografi e letterati, fecero ingresso nella pianura dell’Indo tra il 327 e il 326 a. C., i Greci entrarono in diretto contatto con l’antichissima civiltà indiana, che già parecchi secoli prima della nascita della filosofia ellenica, tra il VI e il V sec. a. C., aveva elaborato idee filosofiche di una profondità ed astrattezza del tutto sconosciute ai popoli del Mediterraneo. Sakyamuni Buddha aveva fondato la sua comunità da circa due secoli, mentre la memoria dei Veda, i libri sacri dell’Induismo, era già millenaria.
L’incontro o lo scontro con l’Altro da sé spesso coincidono con un ritorno alla propria origine, un cerchio che si chiude, una ruota che prende consapevolezza del suo rotolare. Volgendo lo sguardo al tempo presente, consideriamo come il pensiero e la storia europea si siano orientati verso modi di affermazione della ‘volontà di vita’ (Schopenhauer) o della più sottile ‘volontà di potenza’ (Nietzsche) e di intervento attivo nel mondo allo scopo di soggiogare la natura (diritto, legislazione, organizzazione sociale e politica, scienza e tecnologia) per ottenere benessere, sicurezza materiale e una vita il più possibile lunga e piacevole.
La tradizione spirituale dell’umanità è basata, invece, sulla negazione della volontà di vita e dell’esercizio della potenza e volge le spalle al mondo dei sensi. Il Buddhismo si fonda sulla convinzione che la sofferenza e il mal-di-esistere derivino proprio dall’attaccamento alla vita e dall’illusione individuale e collettiva di poter padroneggiare la realtà. Desiderio e sofferenza sono intrinsecamente connessi e scaturiscono dalla credenza nell’individualità (principium individuationis), ossia nell’esistenza reale di un ‘Io-sostanza’. La via che conduce all’emancipazione dalla sofferenza, attraverso i tre capitoli, Moralità, Contemplazione e Saggezza, tende all’estinzione dell’individualità, allo smascheramento della sua natura illusoria.
Per ‘individualità’ tecnicamente si intendono cinque aggregati, i cosiddetti cinque Skandha: i corpi, i sentimenti, le percezioni, gli impulsi e le emozioni, gli atti di coscienza. La credenza nell’individualità si esprime correntemente nelle forme logiche e linguistiche tipo: “questo è mio”, “io sono questo”, “questo è me stesso”, “questa è la mia anima”, ecc. L’individualità sparisce col venir meno della credenza in essa. La sparizione dell’individualità è conosciuta col nome di Nirvana (sanscrito, pali Nibbana), ovvero il fine ultimo della spiritualità buddhista.
Le varie scuole del Buddhismo (Theravada, Tantrismo, Lamaismo tibetano, Chan cinese, Zen giapponese, ecc.) sono caratterizzate da differenze nel modo di accostarsi alla comune meta. Esse dipendono dalle diverse inclinazioni dei loro fondatori e discepoli, dai costumi e dagli usi delle popolazioni che nel corso della loro storia adottarono la fede buddhista, dalle condizioni geografiche e climatiche.

di: Francesco Dipalo

Fonte: http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/

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