naturopatia

La simbologia dell’elemento terra nella storia dei popoli

11 Feb , 2010  

Dare oggi una definizione del mito che possa essere sod­disfacente non è cosa facile: per gli antichi Greci mìtos era semplicemente “la parola”, “la storia”, sinonimo di lo­gos o épos (antichi termini greci).
Il mito ha esercitato nella storia della civiltà una funzione di grande rilievo: esso forniva una spiegazione per tutti gli elementi che costituivano il patrimonio sociale, intellettuale e morale di una cultura.
Prodotto di una mentalità arcaica, il mito è spesso domi­nato dal pensiero magico: le cose, gli animali, i fenome­ni della natura vi appaiono animati e umanizzati e ciò viene ribadito e mimato nei ripetuti e costanti “culti ri­tuali” molto diffusi tra le popolazioni primitive, antiche e attuali.
Gli aspetti della vita, alcune volte avvolti nel mistero, che l’uomo riconduce al mito sono estremamente vari.
In primo piano si collocano la nascita e le vicende degli dei, la creazione o la formazione del mondo e dell’uomo, l’origine di realtà naturali o fisiologiche (per es. il vento o la morte) o culturali (il fuoco, l’agricoltura) o di partico­lari divieti.
Una delle prime divinità venerate dall’uomo è stata sicuramente la dea della fertilità il cui nome varia da popolo a popolo: Iside, Ishtar (divinità semitica), Ve­nere, Athena, Gea, Modron.
Tutte queste divinità, anche se in modo diverso, rappresentano la Dea Terra ossia la gigantesca Madre di ogni essere vivente con la quale ab­biamo un contatto materiale continuo e da cui abbiamo nutrimento; sono il simbolo della Natura nei suoi aspetti positivi – la fertilità, l’abbondanza dei raccolti – e nega­tivi – le tempeste, la carestia.
Non sappiamo quando la razza umana iniziò a venerare la Grande Madre di tutte le creature, è certo però che in quasi tutte le civiltà preistoriche d’Europa vi erano nu­merosi boschi sacri a Lei consacrati.
Per i Latini era sacro il bosco di Nemi, chiamato Nemus Dianae, o più semplicemente Nemus.
Il termine latino Nemus, come l’omonimo greco némos, sottintende il luo­go protetto dove avvenivano riunioni collettive tra uomi­ni e sacerdoti che rappresentavano gli dèi.
Anche per i Celti il bosco sacro era il nemetom, termine che deriva senza alcun dubbio dalla radice nemus, a di­mostrazione che il culto degli alberi e dei boschi sacri era davvero diffuso capillarmente in tutta l’Europa.
Questi bo­schi sacri sono stati certamente i più antichi santuari, i primi veri templi dedicati alla Dea Madre, fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo e che egli cercava in tutti i modi di ingraziarsi attraverso rituali magici durante i quali la terra veniva ingerita o utilizzata per mascherarsi o per tingere il corpo.
La testimonianza più antica che sia stata trovata, dedica­ta alla Dea, è una statuetta di pietra chiamata la Venere di Willendor (venuta alla luce nel 1908 nelle vicinanze di Krems), un piccolo monumento dell’Età della Pietra con ampi fianchi e grossi seni come per indicare l’abbondan­za e la grande capacità di procreare.
Alcune donne bretoni già in epoche preistoriche si strofi­navano il ventre con polvere raccolta sulla roccia dei dol­men o con l’acqua trattenuta dagli anfratti della pietra per propiziare le loro capacità di generare, così come si credeva che sedersi su certe pietre “calde” potesse rinvi­gorire gli organi genitali dì coloro che si apprestavano a mettere al mondo dei discendenti. L’uso di consumare sacralmente un tipo di pane compo­sto di argilla come corpo di un dio era certamente pra­ticato nella Sardegna antica; forse in origine lo si impa­stava nella forma di un idolo e veniva mangiato durante celebrazioni che avevano componenti lunari come la fe­condità e la fertilità,
In Indocina esiste ancora l’abitudine di intorbidare l’ac­qua dei ruscelli prima di berla; la spiegazione che viene data è che l’acqua limpida cela “lo spirito maligno” quin­di, intorbidando l’acqua, la si libera da questo spirito. Per gli uomini Pokot (Kenya centro-settentrionale) l’argil­la è, ancora oggi, il materiale tradizionale usato per fog­giare le loro elaborate acconciature, simbolo di prestigio sociale.
I capelli sono divisi in treccioline, che poi sono im­pastate di argilla e raccolte in cima alla testa.
Questa ac­conciatura può richiedere fino a tre giorni per essere ulti­mata e viene meticolosamente ricostruita ogni tre mesi.
Gli Yanomami africani, popolazione attualmente stanzia­ta in Mozambico e dedita prevalentemente all’agricoltu­ra, durante le feste rituali usano imbiancare il loro corpo con argilla, considerata simbolo dì vita e del giorno in opposizione al nero che simbolizza la morte e la notte: si tratta di una “identificazione”, di un rinascere, di un ri­generarsi attraverso il contatto con la terra.

Fonte: http://www.ma-srl.it

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