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Copenanghen 2009: rapporto e riflessioni

26 Gen , 2010  

Con il quarto Rapporto Ipcc-Onu del 2007, per la prima volta la scienza climatologica ha evidenziato la certezza dell’esistenza del global warming, cioè di una crescita («indubitabile») di temperature medie superficiali globali quantificata in un range da 0,56° a 0,92° C dal 1906 al 2005 (con un valore più probabile di 0,7°), e ancora non data per certa nemmeno nel terzo Report del 2001.
Le incertezze sulla situazione esistente, nel quarto Rapporto, si mantenevano intorno all’incidenza del ruolo antropico (e quindi delle emissioni dirette e indirette) in questo riscaldamento, incidenza che in varie parti del testo era quantificata in via discorsiva attraverso l’uso di espressioni probabilistiche, ma che non veniva mai affrontata in termini di esatta percentuale.

Eccezione a questa considerazione era, nel quarto Rapporto, un noto (e da molti contestato, perché incoerente con la vaghezza delle valutazioni contenute in altre parti del testo) grafico sui forcing energetici effettivi, che non era però presentato come deterministico, ma rivestiva anch’esso natura probabilistica.
È chiaro, comunque, che la possibilità di evolvere le valutazioni scientifiche da una natura di “descrizione dell’esistente” ad una di “previsione del futuro” richiedeva di quantificare con più esattezza possibile sia i tassi di emissione negli anni a venire, sia l’effetto sul sistema terra-acqua-atmosfera dato da queste emissioni, sia anche le possibili dinamiche che le conseguenze del riscaldamento (ad esempio la crescita dei mari, o l’aumento degli eventi estremi) avrebbero potuto assumere.
A questo proposito, anche nei Report precedenti, erano state prodotte delle serie di scenari possibili, che andavano ad ipotizzare i possibili range da cui – comunque fossero andate le cose – appariva probabile che non si sarebbero discostate le dinamiche delle variabili sopra citate.
E una delle considerazioni più significative (e preoccupanti) contenute nel rapporto “Copenhagen diagnosis” è proprio quella riguardante il fatto che, in seguito alle prime verifiche compiute sulle proiezioni modellistiche effettuate nel terzo e nel quarto Report Ipcc, si è visto che «molti indicatori stanno attualmente avendo una dinamica che è analoga o peggiore a quella delle più pessimistiche proiezioni contenute nel set di modelli adottati nel quarto Rapporto».
In poche parole ciò significa che sia la dinamica delle emissioni, sia lo scioglimento dei ghiacciai polari (o comunque la loro diminuzione di massa data anche dal maggiore scorrimento verso il mare), sia la conseguente crescita dei livelli marini stanno agendo ad un ritmo che, nei modelli precedentemente elaborati, era posto come “il caso peggiore”,  cioè quello che avrebbe potuto portare – al 2100 – ad una crescita di temperatura da 4° a 6,4° C e ad una crescita dei mari fino a 59 cm.
Ed è questa, appunto, la valutazione centrale del rapporto “Copenhagen diagnosis”, che è stato presentato nei giorni precedenti alla conferenza di Copenhagen, e che (per la natura di “riassunto” e “summa” delle pubblicazioni climatologiche peer-reviewed pubblicate che esso intende assumere) è da considerarsi in pratica un vero e proprio “quarto Rapporto Ipcc e mezzo”, in attesa della pubblicazione del quinto Report, che uscirà non prima del 2013.
La situazione, insomma, non è rosea: l’unico elemento positivo è infatti il fatto che, rispetto a qualche anno fa, sono stati compiuti notevoli passi in avanti nella comprensione di alcuni fenomeni prima oscuri, come ad esempio varie dinamiche associate ai ghiacci polari. Ma questo è solo il rovescio positivo di una medaglia che brilla invece di luce scura ed opaca: nel testo è infatti citato un «tema ricorrente nella scienza recente», e cioè il fatto che «le incertezze esistenti nel quarto Report, una volta risolte, sottolineano un cambiamento più veloce, e una sensitività climatica maggiore, di quanto si credeva precedentemente».
Questo aspetto si esprime in primo luogo attraverso l’analisi della diminuzione di massa dei ghiacci polari e quindi della crescita del livello dei mari: in conseguenza dei migliorati studi compiuti, e del maggior numero di variabili prese in considerazione rispetto al passato (quando la stima della crescita degli oceani si basava solo su un generico bilancio di massa delle calotte glaciali in rapporto alla crescente temperatura e non – come oggi – anche su fenomeni dinamici come lo scivolamento dei ghiacciai interni verso il mare), il range massimo che fino al 4° Rapporto era ipotizzato per il 2100 (e cioè 18-59 cm) è oggi ampiamente superato nelle nuove proiezioni: è infatti attestato che «la crescita degli oceani entro il 2100 sarà probabilmente almeno il doppio di quella stimata nel 4° Rapporto Ipcc», ma in altre parti si ipotizza una crescita addirittura intorno a 2 metri.
Questo perché, come detto, non solo le emissioni (la cui accelerazione, al netto della crisi economica del 2008-09, «sta ricalcando gli scenari peggiori tra quelli elaborati nel 4° Rapporto»), ma anche la crescita del livello dei mari («3,4 millimetri per anno da quando le misurazioni satellitari iniziarono, nel 1993: questo valore è dell’80% superiore alla stima più probabile contenuta nel 3° Rapporto per lo stesso periodo») stanno uniformandosi ad una dinamica che nelle precedenti proiezioni era posto sotto la categoria “nel caso peggiore”. Inoltre alcune variabili precedentemente non prese in considerazione sono oggi invece tenute di conto e ciò che emerge, in ogni caso in cui nuovi fattori vengono inseriti nei modelli predittivi, è una situazione peggiore di quel che la scienza temeva precedentemente.
In sintesi, tra le più innovative conclusioni cui la scienza climatica è giunta, si annoverano:
– Il fatto che la crescita della temperatura superficiale del pianeta, prima stimata in un intervallo possibile da 1,1 a 6,4° C «entro il 2090-2099 rispetto al 1980-1999», sia oggi ipotizzata poter entrare in un range «da 2° a 7° al di sopra dei livelli pre-industriali entro il 2100».
Riportando entrambe le due stime all’era pre-industriale (per l’Ipcc ciò significa aggiungere altri 0,5°) si ottiene che la stima di crescita minima della temperatura al 2100 è maggiore (da 1,6° a 2°), mentre è quasi stabile (ma pure cresciuta) la proiezione di crescita massima di temperatura, da 6,9° a 7° rispetto all’era pre-industriale. Va comunque ribadito che siamo in un contesto di proiezioni probabilistiche e non di previsioni deterministiche”
– Il fatto che la crescita della temperatura superficiale del pianeta, prima stimata in un intervallo possibile da 1,1 a 6,4° C entro il 2100, rispetto ai livelli pre-industriali, sia oggi ipotizzata poter entrare in un range «da 2° a 7° al di sopra dei livelli pre-industriali entro il 2100».
– Il fatto che «anche l’Antartide sta perdendo massa ad un tasso crescente, prevalentemente a causa della perdita di massa dalla calotta antartica occidentale data dall’aumentato scorrimento. L’Antartide sta attualmente contribuendo alla crescita dei mari ad un tasso quasi uguale a quello della Groenlandia». Questo valore è di circa 0,7 mm per anno, ed esso si somma poi alla crescita dei mari data anche dalla espansione termica e al contributo dato dallo scioglimento dei ghiacciai non polari situati in varie zone del globo.
– Il fatto che quella che fino a pochi anni fa era chiamata “l’eccezione antartica”, e cioè la credenza che l’Antartide stesse acquistando, e non perdendo, massa glaciale così come sta incrementandosi leggermente la banchisa marina australe, è invece stata confutata da nuovi studi. E’ confermata, cioè, la leggera tendenza all’incremento della banchisa, ma è stato compreso che ad essa non corrisponde un’analoga crescita della massa glaciale terrestre, che anzi sta diminuendo. Comunque, questa parziale “eccezione” che per certi versi si mantiene è dovuta, secondo recenti scoperte, alla presenza del cosiddetto “Buco” nello strato di ozono atmosferico sopra il continente ghiacciato. È questo un elemento il cui ruolo viene definito analogo a quello degli aerosol, nel senso che la probabile diminuzione dell’estensione del “Buco” nei prossimi anni, derivante dalla progressiva eliminazione dei Cfc iniziata con la conferenza di Montreal (1987), potrebbe però peggiorare le cose dal punto di vista del global warming: meccanismo analogo vale per gli aerosol e per la loro attuale fase di – relativa – diminuzione in conseguenza delle (meritorie) politiche adottate per ridurre l’inquinamento da polveri, politiche che però potrebbero anche sottrarre all’atmosfera una delle poche attività umane le cui conseguenti emissioni hanno un effetto prevalentemente raffreddante – e non riscaldante – sul clima del pianeta.
– Il fatto che «l’efficienza delle “spugne naturali” (cioè zone di assorbimento, oceaniche o boschive, e quindi di sottrazione dall’atmosfera, nda) della CO2 diminuirà nel corso del secolo, e (che) le spugne terrestri potrebbero anche diventare fonti di emissioni nette», e non più punti di assorbimento.
– E, infine, il fatto che il ruolo delle emissioni antropiche nel Gw sta diventando sempre più evidente e indubitabile: a questo proposito, viene sostenuto infatti che «di gran lunga, la maggior parte del riscaldamento osservato su scala secolare è dovuta al fattore umano». E qui viene citato (va detto, con una metodologia esplicativa criticabile perché non abbastanza “onnicomprensiva” agli occhi del lettore in un ambito così delicato e determinante) uno studio che assume valore di esempio. E’ infatti ricordato che «Lean e Rind (2008) hanno analizzato il ruolo dei fattori naturali (ad esempio la variabilità solare e i cicli vulcanici) versus le influenze umane sulle temperature planetarie dal 1889. Essi hanno scoperto che il sole ha contribuito solo per il 10% sul riscaldamento superficiale nell’ultimo secolo, e per un ammontare trascurabile nell’ultimo quarto di secolo, ancora meno che nelle precedenti valutazioni».
Al di là di una certa ambiguità in quest’ultima valutazione (che però, va ricordato, è ambiguità di sola matrice “scientifica”, mentre la necessità “politica” di agire secondo un principio di precauzione in direzione della mitigazione/adattamento al gw non è certo in discussione, e anzi è decisamente maggiorata in conseguenza delle nuove – negative – certezze cui oggi è giunta la scienza climatica), è chiaro che a questa enorme incidenza del ruolo antropico nel gw è associata, nel rapporto “Copenhagen diagnosis”, una valutazione molto pesante sul futuro della società in assenza di azioni determinanti: «a meno che – è sottolineato – le emissioni globali non abbiano un picco entro il 2020, e poi comincino a declinare rapidamente, sussiste una probabilità molto forte che il riscaldamento superi i 2° C».
Ed era, quest’ultima “raccomandazione”, da considerarsi come il messaggio fondamentale che alcuni tra i massimi esponenti della comunità scientifico-climatologica avevano messo in mano ai decisori politici che si sono riuniti alla conferenza di Copenhagen di dicembre. Certo, il rapporto “Copenhagen diagnosis” è, in punta di diritto, da non considerarsi come la “voce ufficiale” della climatologia, così come invece sono da considerarsi i Rapporti Ipcc: ma, all’atto pratico e in attesa di altre scoperte che illuminino lati oscuri ancora presenti, è pressoché certo che il 5° Report Ipcc che sarà pubblicato tra qualche anno non farà molto altro che ricalcare le considerazioni presentate a Copenhagen. Considerazioni che, come detto, sono sostanzialmente incentrate sul principio per cui “è peggio di quel che si credeva, le prime prove provate indicano dinamiche molto peggiori di quelle stimate nelle proiezioni precedenti, e ogni precedente incertezza che viene svelata indica che – anche qui – le cose vanno e andranno peggio di quel che si temeva».
Questo è il messaggio che “la scienza” aveva lanciato alla “politica” nei giorni di Copenhagen: un messaggio che, come abbiamo visto col sostanziale fallimento del summit, da parte della “politica” non ha ricevuto la risposta che – è sempre più evidente e provato – andava data.

Autori vari, titolo orginale “The Copenhagen Diagnosis, 2009: Updating the world on the Latest Climate Science” -Ed. University of New South Wales Climate Change Research Centre (CCRC), Sydney, Australia

Fonte: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=2695

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