erboristeria

Vischio: non solo il bacio dell’ultimo dell’anno

1 Gen , 2010  

Conosciamo il vischio come simbolo di fortuna, protezione e amore, ed è per questo che la tradizione ci rimanda l’uso di baciarsi sotto un rametto proprio allo scoccare della mezzanotte che preannuncia un nuovo anno.
È una pianta legata ad antichi miti e leggende, una fiaba del trentino così ne racconta la nascita: “c’era una volta, in un paese montano, un vecchio mercante che viveva solo, non si era mai sposato e non aveva  amici. Era avido e avaro, soffriva di insonnia e si alzava spesso per contare il denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca. Non amava approfondire i rapporti umani, non si curava delle storie e dei problemi degli altri ma in una notte di dicembre colpito dalla solita insonnia decise di uscire per una passeggiata. I bambini del paese cantavano e ridevano, e l’uomo era meravigliato di tanto chiasso, anche perché non incontrava nessuno, le strade erano vuote ma le voci e i rumori echeggiavano tra le viuzze. Ad un certo qualcuno lo chiamò, proprio con il suo nome, e con l’appellativo di “fratello” ma lui non aveva fratelli  e allora cominciò ad “ascoltare” veramente i suoni, le voci, le parole di quanti incontrava e che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d’amore. Scoprì che molti dei suoi vicini da casa erano  poveri e che sfamavano con fatica i figli; che altri soffrivano, altri erano ammalati. Allora, pentito per non aver  mai condiviso nulla con tutte quelle persone, cominciò a piangere e le sue infinite lacrime si sparsero su un cespuglio al quale, afflitto, si era appoggiato; e quelle lacrime continuarono a bagnare le foglie, anche il mattino dopo, a splendere come perle: era nato il vischio.”

Il Viscum album è una pianta cespugliosa che appartiene alla famiglia delle Viscacee, è  una parassita che si nutre della linfa di altri alberi (pioppi, querce, tigli, olmi, noci, meli, pini).
Proprio questa sua capacità di crescere su un albero utilizzato come se fosse terra fece manifestare in Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, l’intuizione che “quell’albero aveva una esuberanza di energia che  trasferiva per necessità in un altro vegetale”.
Bisogna fare molta attenzione alle bacche che sono molto tossiche per l’uomo per la presenza di viscumina (sostanza capace di provocare agglutinazione dei globuli rossi) e di alcuni peptidi.
La sua coltivazione è praticata per fini ornamentali ed in erboristeria, infatti dalle sue foglie, raccolte prima che la pianta fruttifichi ed essicate in luogo temperato (mai bollite o sbollentante), si ricavano tinture ed infusi utili soprattutto in caso di ipertensione arteriosa.
Ha proprietà ipotensive, vasodilatatorie, antispasmodiche, sedative, diuretiche, depurative, antinfiammatorie; ne viene sconsigliato l’impiego in caso di terapie con anticoagulanti (di cui potrebbe aumentarne l’azione), antidepressivi ed immunosoppressori.
Nel libro La salute con le piante”  l’autore Giorgio Chiereghin scrive di come questa pianta possa stimolare il sistema nervoso parasimpatico, quello che ha il proprio centro nel cervello e nel midollo spinale e che migliora la circolazione vascolare periferica; proprietà che aiutano anche contro cefalea, vertigini e turbe della menopausa.
Di contro non va utilizzato in gravidanza perchè contiene ossitocina, l’ormone che stimola le contrazioni uterine.
“Strana pianta” ecco la definizione del vischio di Maurice Mességué nel suo celebre erbario: di un verde intenso quando tutti gli altri alberi sono spogli, una volta raccolto diventa dorato, tanto che tra le varie proprietà magiche che gli sono state attribuite in passato, c’era anche quella di brillare nel buio in prossimità di giacimenti d’oro.
Pianta sacra ai Druidi che la tagliavano esclusivamente dalle querce con un falcetto d’oro, da mani pure, a digiuno, vestiti di bianco ed a piedi nudi, barattando con la foresta pane e vino; questo rituale avveniva durante il solstizio d’inverno, il vischio era una panacea per tutti i mali, per secoli fu ritenuto in grado di domare gli incendi, tanto che se ne appendevano alcuni rametti sulle soglie delle case e dei fienili, da qui l’odierna usanza di metterne un ramo fuori dalle porte per  scacciare disgrazie, malefici e demoni.
Per i Celti gli arboscelli di vischio crescevano solo dove era scesa una folgore perché erano la manifestazione della discesa dell’essenza divina sulla terra, uno dei preparati era una bevanda particolare considerato un potente elisir contro la sterilità: infatti nei riti di fertilità venivano sacrificati, al momento della raccolta, due tori bianchi.
È Plinio il Vecchio a descrivere i rituali delle popolazioni galliche che accompagnavano la raccolta del vischio: Nel sesto giorno dopo il solstizio d’inverno i druidi si avvicinavano alla quercia indossando vesti candide e conducendo alla cavezza due tori bianchi. Il capo dei sacerdoti saliva sull’albero e usando un falcetto d’oro tagliava i rami del vischio che venivano raccolti in una pezza di lino immacolata, prima che cadessero a terra. Poi, immolati i due animali, pregavano per la prosperità di quanti avrebbero ricevuto il dono”.
Anche l’eroe omerico Enea per entrare nell’Ade stringe in mano un rametto di vischio, lo ritroviamo anche nella saga nordica di Odino dove si racconta che Odino stesso e la dea Frigg, protettrice dell’amore e degli innamorati, riuscirono a ridare vita al loro amato figlio, il dio della pace Baldr, piangendo sul dardo di vischio che glielo aveva ucciso.

Marina Marini
Naturopata, Esperta in Discipline Orientali, Cristalloterapeuta, Floriterapeuta, specializzata in Iridologia, Erboristeria, Aromaterapia e Alimentazione naturale

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