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Aung San Suu Kyi: respinto l’appello contro la condanna

4 Ott , 2009  

Aung San Suu Kyi rimarrà agli arresti domiciliari a cui è costretta da ben 14 anni.
L’appello contro la sentenza dello scorso agosto che condannò il premio nobel per la pace ad altri 18 mesi di arresti domiciliari è stato ieri respinto.

Tutto questo solamente perché un bizzarro americano aveva raggiunto a nuoto la sua casa.
La sentenza impedirà a Aung San Suu Kyi di partecipare alle elezioni che la giunta militare ha promesso per il 2010, tutto questo fa molto pensare…
Il portavoce Nyan Win della Lega nazionale per la democrazia con cui Aung San Suu Kyi vinse le ultime elezioni birmane nel 1990 ha detto che farà ricorso alla Corte Suprema.

(Yangon) Dopo aver ammesso i ricorsi presentati dalla Nobel e dalle due assistenti che coabitano con la leader dell’opposizione (anch’esse condannate a un ulteriore periodo di arresti domiciliari), contro il prolungamento degli arresti domiciliari, il tribunale di secondo grado ha respinto l’appello di Aung San Suu Kyi e delle altre due donne.
Suu Kyi resta così confinata nella sua residenza, come stabilito dalla condanna per lo “strano” incidente di alcuni mesi fa, quando un cittadino statunitense cercò di raggiungere a nuoto l’abitazione perché “sentiva che era in pericolo e doveva salvarla”.
In origine alle tre donne erano stati inflitti tre anni di carcere duro (lavori forzati), pena poi subito commutata e ridotta per ordine del capo supremo della giunta militare birmana, generale Than Shwe.
“L’appello è stato respinto, ma ci rivolgeremo alla Corte suprema” ha fatto sapere l’avvocato di Suu Kyi e portavoce della Lega nazionale per la democrazia, Nyan Win.
La difesa si era fondata principalmente sulla considerazione per cui le norme costituzionali, in base alle quali la Nobel per la Pace è stata condannata, sono quelle risalenti al ’74: norme però abrogate in virtù dell’entrata in vigore di una nuova Costituzione, che proprio il regime ha voluto imporre l’anno scorso, facendola per di più approvare con un referendum-burla, svoltosi malgrado il Paese asiatico fosse stato appena devastato dal passaggio del ciclone ‘Nargis’.
John Yettaw, l’americano all’origine della nuova incriminazione, era stato condannato a sette anni di lavori forzati, ma Washington aveva ottenuto poi il suo rilascio grazie all’intervento del senatore Jim Webb.

Fonte: Delt@ Anno VII, N 180

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