astrologia e numerologia

Il sette: numero ponte tra terra e cielo

28 Mar , 2009  

numerologia

È proprio il numero sette che nella Ziggurat sumera di Ur stava a simboleggiare il ponte tra terra e cielo tanto che veniva raffigurata con sette rampe ognuna delle quali era uno dei sette cieli, la Ziggurat era la costruzione templare babilonese anche detta etemenanki ovvero “fondazione del cielo e della terra”.
Ancora una preziosa informazione letta sul numero di aprile di Storica, rivista del National Geographic (http://www.storicang.it), che ci riporta all’antica civiltà dei Sumeri che identificavano il sette come monade perché non-creato (non è prodotto di nessuno dei numeri contenuti tra 1 e 10), ai Babilonesi che consacravano al culto i giorni multipli di sette,  agli astrologi Caldei che classificarono i 7 pianeti dividendo il mese lunare in cicli di 7 giorni da cui origina anche l’attuale settimana, ai Pitagorici per i quali era simbolo di santità, ai Greci che lo ritenevano venerabile tanto che lo stesso Platone lo definiva “anima mundi”.
Quindi il sette era un numero sacro che rappresentava in quell’epoca il cosmo e la sua perfezione, risultato della somma dei 3 (lo spirito, il maschile) e del 4 (la materia, il femminile) e sette rappresenta il perfezionamento della natura umana perché coniuga in sé il ternario divino, 3 simbolo del cielo, con il quaternario terrestre, 4 simbolo della terra.
È anche il numero della piramide formata dal triangolo (3) su un quadrato (4) intesa non solo come forma geometrica ma, essendo l’unione della triade con la tetrade, come manifestazione della pienezza nella duplice natura fisica e spirituale, umana e divina.
Ma sette erano anche i livelli dell’esistenza, i metalli associati e i colori dell’arcobaleno, le  note musicali, le stelle della costellazione dell’Orsa Maggiore (Dubhe, Merak, Phecda, Megrez, Alioth, Mizar e Alkaid o Benetnasch – nell’antichità si disegnava una linea tra Dubhe e Merak per trovare la Stella Polare e quindi il nord geografico) e sette i cieli dei sistema Tolemaico, le figlie del titano Atlante, le piaghe d’Egitto, i pezzi che compongono il tangram (antico rompicapo cinese).
Sempre sette erano le meraviglie del mondo antico (Piramide di Cheope, Mausoleo di Alicarnasso, Faro di Alessandria, Colosso di Rodi, Tempio di Artemide a Efeso, Statua di Giove a Olimpia e Giardini pensili di Babilonia), sette erano i Sapienti di Atene secondo Platone (Talete, Biante, Pittaco, Solone,  Cleobulo, Misone, Chilone) e sette i mari conosciuti; nell’ambito cristiano sette erano i sigilli dell’Apocalisse annunciata dallo squillo delle trombe di sette angeli quindi dai sette Portenti e infine dal versamento delle sette Coppe dell’ira di Dio, sette i sacramenti, sette le virtù (4 cardinali – forza, sapienza, giustizia e temperanza – e 3 teologali – fede, speranza e carità) e sette i peccati capitali (gola, lussuria, avarizia, superbia, accidia, invidia e ira) e sette sono le settimane che intercorrono tra Pasqua e Pentecoste.
Il Corano disegna un mondo poggiato su sette colonne sorrette da un gigante, sette le divisioni dell’inferno e sette le porte d’ingresso al paradiso, sempre sette i versetti della Fatiha (in arabo الفاتحة) che costituisce la prima Sura del Corano, sette le parole della Aš-šahāda (professione di fede) e sette sono i giri che durante il pellegrinaggio alla Mecca i fedeli  devono effettuare intorno alla Ka’ba (in arabo كعبة).
Nella mistica del sufismo si distinguono sette organi (o involucri) sottili, “dove cadauno é la matrice di un profeta nel microcosmo umano”: il primo é designato come “organo corporale sottile” e fa riferimento ad Adamo mentre il sesto é Gesù. Questi involucri sottili sono associati ad altrettanti colori: nero per Adamo, blu per Noé, rosso per Abramo, bianco per Mosè, il giallo per Davide, nero (luminoso) per Gesù, verde per Maometto.
Nell’ebraismo sette sono i bracci del candelabro Menorah, in ebraico sette (Sheh’-bah) è la radice del termine “essere completo”, 392 non solo è multiplo di sette ma è anche la somma dei quadrati di sette e il cubo di sette  [392 = 7 2 + 7 3  = (7 x 7) + (7 x 7 x 7)].
In sanscrito la parola sette ha la stessa radice di verità (satya), così come 7 erano gli illuminati dei Veda e proprio nell’Atharveda il sole è identificato come sette raggi colorati ognuno dei quali con propria natura e potere che quando sono uniti si vedono come bianchi quindi come luce dalla quale nascono i sette colori che colorano il “tutto” nel mondo come noi lo conosciamo, ovvero i sette chakra dell’induismo.
Acharya Caraka, il primo illustre medico ayurvedico, descrisse il senso della vita come l’intervallo tra due lampi: “Tutti gli esseri viventi vengono al mondo con la febbre e muoiono con la febbre. La grande illusione è la febbre, il Fuoco, avvolte dalla febbre le creature non ricordano le azioni compiute nelle vite precedenti. Ed è solo la febbre che alla fine priva tutti gli esseri viventi dell’alito della vita” aprendo la strada a all’interpretazione del sette come fuoco, come lampo ancestrale e creatore, simbolo del cambiamento, somma di due parti, Spazio-Cielo e Terra nate dal fuoco e indissolubili l’una dall’altra, proprio perché “folgorate” e “immortalate” nel movimento; l’una nell’altra, una parte del Cielo nella Terra, una parte della Terra nel Cielo, nella materia lo spirito, nello spirito la materia, nell’illusione (maya) la realtà e nella realtà l’illusione alla ricerca dell’armonia e della riunificazione dei frammenti che dal tutto tornano all’Uno.
Quell’uno che è il fuoco della conoscenza degli antichi saggi taoisti cinesi, quel principio senza il quale il Tutto sarebbe perso nell’oscurità, statico nella sua immobilità resa invece movimento e dinamismo dalla saetta, dal Tai-Chi da quale derivano lo Yin e lo Yang, che ci hanno regalato la forma e la non-forma.
Non dimentichiamo che una particolare simbologia di questo numero si trova anche nella tradizione alchemica esoterica che accomuna il sette ai difetti dell’occhio:

  • il primo è che l’occhio vede altro ma non se stesso;
  • il secondo è che non vede lontano, e nemmeno troppo vicino;
  • il terzo è che non vede oltre una cortina;
  • il quarto è che vede l’esterno e non l’interno;
  • il quinto è che vede la parte e non il tutto;
  • il sesto è che vede il finito e non l’infinito;
  • il settimo, infine, è che l’occhio vede piccolo il grande.

“Il numero sette, per le sue virtù occulte, tende a realizzare tutte le cose; è il dispensatore di vita e fa parte di tutti i cambiamenti, come la luna che cambia ogni sette giorni.” (Ippocrate)

Marina Marini
Naturopata, Esperta in Discipline Orientali, Cristalloterapeuta, Floriterapeuta, specializzata in Iridologia, Erboristeria, Aromaterapia e Alimentazione naturale

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