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Dalai Lama: 9 febbraio 2009 cittadino onorario di Roma

9 Feb , 2009  

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Discorso del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in occasione della cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria di Roma a  Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, Roma, 9 febbraio 2009
Santità, Eccellenze,
nel prendere la parola di fronte a questa assemblea, il sentimento che vorrei esprimere prima di tutto è di profonda commozione.

La Città di Roma è oggi onorata di accoglierLa dopo tanta attesa.
Le siamo veramente grati per avere raccolto il nostro invito e soprattutto per aver accettato la cittadinanza onoraria di Roma.
Il Consiglio Comunale ha preso questa importante decisione a dimostrazione di una convergente volontà politica e di un pieno riconoscimento della Sua autorità morale.
Da adesso in poi, in questa Aula, che è il cuore pulsante della Città, Lei sarà non solo un prestigioso ospite ma un cittadino romano.
Ringrazio i rappresentanti del nostro Governo che, con la loro presenza, ribadiscono la richiesta dell’Italia e dell’Unione Europea verso la Repubblica Popolare Cinese, affinché riprenda il dialogo con i rappresentanti della Nazione Tibetana per giungere rapidamente ad accordi positivi e definitivi.
Sono grato alle autorità religiose, ai nostri Senatori e Deputati, ai nostri concittadini e agli amici che si sono raccolti oggi in questa sala e nella Piazza del Campidoglio.
Con la loro presenza ed il loro entusiasmo rendono ancora più forte il segnale di pace, di dialogo e di riconoscimento della Nazione Tibetana, che parte da questo centro ideale della romanità.
C’è un senso profondo nella presenza oggi in Campidoglio del Dalai Lama.
Ha un valore di straordinaria attualità il gesto simbolico con cui la nostra Città accoglie nel suo seno una figura come la Sua, che ha dedicato la vita al rifiuto della violenza, alla tolleranza e alla compassione, all’instancabile difesa dei diritti umani e dei diritti dei popoli.
Viviamo un periodo di crisi culturale, morale e spirituale, oltre che economica e ambientale. Le idee secondo cui le leggi del mercato e dell’utile avrebbero da sole governato lo sviluppo globale, stanno lasciando vistose e indelebili cicatrici sul nostro pianeta e sui popoli che lo abitano.
La povertà, la fame e l’esplosione di conflitti armati colpiscono una larga parte del pianeta e ci offrono lo spettacolo di una umanità ansiosa e sofferente.
Le notizie che ci giungono ogni giorno, sia dal mondo sia dalla nostra stessa Città, denunciano una mancanza di rispetto per la vita, per l’infanzia, per la famiglia per le identità culturali, per la dignità delle persone e dei popoli.
Tutto questo va scongiurato.
Per farlo è necessario che le persone migliori ci siano da esempio, e che questo loro esempio raggiunga la consapevolezza di tutti.
Lei è uno di questi esempi.
Lei rappresenta ciò che può definirsi “l’intelligenza della compassione”: le Sue parole e la Sua vita ricordano al mondo la natura interdipendente dei nostri destini e il valore profondo delle più antiche tradizioni.
Lei, Santità, per un vasto numero di persone incarna questo messaggio forte e allo stesso tempo tranquillo e sereno.
Da cinquanta anni Lei non può più entrare nel Suo Paese, ma il mondo intero Le ha aperto le porte.
La Sua presenza in questa Sala, la Sua venuto in Campidoglio, rappresenta la nostra rivolta morale di fronte all’ingiustizia, alla violenza, all’oppressione.
Una rivolta morale a difesa della identità dei popoli e del diritto che ha ognuno di noi di esprimere la sua spiritualità e la sua cultura.
Santità, voglio riferirmi adesso a quanto ho sentito da Lei pochi minuti fa durante il nostro colloquio: parta oggi da quest’Aula un messaggio universale di pace e di dialogo, e con esso, un chiaro appello di solidarietà con il popolo tibetano.
Ho avuto modo di conoscere personalmente la profonda cultura, sensibilità e spiritualità del popolo tibetano, di rimanere immerso per molte settimane nel delicato equilibrio ambientale e nel fascino evocativo dell’altopiano del tibet.
È un ambiente, un paesaggio e una cultura che appartengono veramente al patrimonio dell’umanità.
Il prossimo mese ricorrerà il cinquantesimo anniversario dell’insurrezione pacifica del popolo tibetano, avvenuta a Lhasa il 10 marzo 1959. Fu quello l’inizio del Suo lungo esilio.
Di nuovo, in queste settimane, proprio in vista di quel cinquantesimo anniversario, vediamo di nuovo scattare la repressione, le migliaia di arresti, la violenza arbitraria.
Santità, noi, insieme a Lei, chiediamo con forza il pieno riconoscimento dell’autonomia della Nazione Tibetana.
Un diritto perfettamente compatibile con i principi della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese di cui tutti, Lei per primo, riconoscono l’intangibilità dei confini e l’integrità territoriale.
Roma è un punto di incontro tra i popoli e le religioni e proprio per questo è patria del diritto.
Nel mondo antico, la frase civis romanus sum, rappresentava un riconoscimento universale al di sopra di tutte le divisioni e contro tutti i conflitti, quasi un esorcismo contro la barbarie della violenza e dell’oppressione.
Ecco perché è naturale e necessario che parta oggi da Roma questo forte segnale.
Ci auguriamo che la cerimonia che si compirà in questa Sala Le sia di augurio e di supporto nella Sua instancabile lotta per i diritti di tutti gli uomini e di tutti i popoli.
Questi diritti universali non possono prescindere dal riconoscimento dei diritti del Popolo e della Nazione Tibetana.
Santità, sarà per me adesso un grande onore conferirLe ufficialmente la cittadinanza onoraria romana.

Ringraziamenti:
Testo:  Istituto Samantabhadra – www.samantabhadra.org
Foto di: Agostino Fabio

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